Francesco Schettino Quinta Colonna: "chiedo scusa, vittima anche io". Analisi dell'intervista

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Prima intervista in tv dalla revoca dei domiciliari per l'ex comandante della Costa Concordia Francesco Schettino. Tra ammissioni e giustificazioni quasi un secondo memoriale. Riflessioni sull'esclusiva di Quinta Colonna per Canale 5.

francesco-schettino-quinta-colonna.jpg Ammette (”Quelle 32 vittime me le sento sulla coscienza“), chiede scusa (”è normale che io debba chiedere scusa”), cerca perdono (”mi farebbe piacere incontrare familiari vittime“), divaga (”Cenai con Domnica, ma è solo un’amica“). Ma, soprattutto, cerca giustificazioni. La lunga intervista rilasciata dall’ex comandante della Costa Concordia Francesco Schettino e riportata in ampi stralci video ieri sera, nel corso della trasmissione su Canale 5 Quinta Colonna di Salvo Sottile si può riassumere sostanzialmente in queste poche frasi o addirittura sintetizzarla in un unico pensiero: “Alla fine quelle 32 vittime me le sento sulla coscienza in quanto rappresentante di un sistema. E come tale è giusto, anzi, normale che io chieda scusa e cerchi il perdono di tutti. Ma non sono Dio, non l’ho mai creduto, né ho mai preteso di esserlo, tanto meno per far colpo su una donna. Altri l’hanno creduto, sono vittima anche io di questo stesso sistema e non è giusto che paghi per tutti anche perché nella fatalità, nel caso che ci mette lo zampino, nel blackout mentale che ci ha colpito tutti, Dio ha messo a me una mano sulla testa e mi ha fatto intuire che qualcosa di importante era da compiere tanto che alla fine sono riuscito ad evitare l’impatto frontale, la tragedia di proporzioni bibliche“.

Insomma, “non sono Dio, ma di sicuro il suo braccio destro. Solo che non voglio finire in croce come Gesù quale simbolo dello sconfinato amore del Padreterno verso noi esseri umani, nonostante le nostre miserie“.

Sinceramente non credo che l’intervista di ieri sera possa aggiungere o togliere qualcosa al dolore di una tragedia che anche con “solo” 32 vittime mi sembra grande abbastanza. E non vedo come ci si potesse aspettare qualcosa di diverso. In fondo il cardine del discorso auto-difensivo di Schettino, “non sono Dio né ho mai creduto di esserlo” non è qualcosa che si sono inventati i giornalisti. È un dato di fatto. Qualcosa che fa parte della natura umana e che, fatalmente, viene fuori sempre prima di un’immane tragedia in cui il fato ci mette lo zampino, creando l’imprevisto, la distrazione. È così dalla notte dei tempi, l’uomo ogni tanto si fa prendere dalla presunzione, dal senso di onnipotenza. E, chissà perché, ai comandanti, specie di quelli che cavalcano mezzi su terreni così affascinanti ma anche pieni di rischi come il mare, capita un po’ più spesso che ad altri.

DAL TITANIC ALLA CONCORDIA. I danni causati dal naufragio della nave Costa Concordia sono immani: le vite umane, lo scafo perduto, l’industria delle crociere messa sull’orlo di un baratro. Senza contare l’immagine della compagnia e quella dell’Italia nel mondo che sono state compromesse forse irrimediabilmente. Il tutto per una leggerezza. Al dramma personale del comandante va riservata l’umana pietà dovuta a chi sbaglia, però, la sua posizione di “Capitano dopo Dio di questa nave” difficilmente lo pone al riparo da un duro giudizio. It was just like Titanic” scrivono i giornali nel mondo, ma non è vero. O non del tutto almeno. Allora, nel 1914, quella di filare a 21 nodi nella notte tra gli iceberg fu imprudenza; ma qui c’è stata anche tanta sconsideratezza. C’è però una cosa che accomuna il Titanic alla Costa Concordia: il mare e il timore reverenziale che dovrebbe incutere negli uomini.
Oceano generatore degli Dei e tetide madre” si legge in uno dei più antichi frammenti tramandati dal mondo greco quale segno della sacralità che il mare rivestiva per quei popoli. Cosa sopravvive di quel rispetto nell’era dei computer? La domanda fu posta qualche tempo fa al capitano di vascello Armando Leoni, 55 anni, già comandante della nave scuola Amerigo Vespucci, nonché dell’Orsa Maggiore, prima barca a vela della Marina militare italiana a compiere il giro del mondo, e oggi alla Direzione corsi ufficiali dell’Accademia navale di Livorno. Leoni fu un “profeta” d’eccezione nel raccontare a Il Millennio come si navigherà nel futuro. Ma anche nello spiegare come si può arrivare a una tragedia come quella della Costa Concordia 100 anni dopo il Titanic.
 
L’UOMO, IL MARE E DIO. “L’attitudine che l’uomo dovrà sempre avere nei confronti del mare - disse - è per forza quella di un grande rispetto. Sia che si tratti di un credo religioso, come nell’antichità, o militare e commerciale, come avviene oggi e penso domani. Ci saranno mezzi diversi, forse si andrà sott’acqua o si viaggerà nell’interspazio. Ma si avrà a che fare sempre con una distesa sconosciuta, che permetterà di collegare due popoli“.
Leoni ha grande fiducia nella tecnologia e nei progressi che farà fare alla navigazione per mare: “Il futuro è nei satelliti, anche se la precisione raggiunta è già notevolissima“. Eppure non rinuncia alla tradizione della navigazione a vela. Di più ne esalta il potere formativo per ogni marinaio che intenda andar per mare oggi e in futuro: “La vela sfrutta gli elementi naturali: devi prendere quel che viene. C’è calma, starai fermo; c’è vento, vai; ce n’è troppo, dovrai stare attento. Una formazione fin dal vocabolario - spiega -. Nel tempo dei missili, si continua a dire dritta e sinistra; ammaina e sali a riva; prora e poppa, anche se nelle navi di oggi si fatica a capire quali siano“. Al rientro dalla traversata a vela disse che “Stare su una barca come l’Orsa Maggiore è vivere il momento della verità” intendendo che “è stare in uno spazio ristretto in compagnia di una ventina di persone, soffrire e gioire insieme: è il momento in cui ognuno rivela quello che è, ciò che è capace di dare e ciò che ha bisogno di ricevere. Sei uno, ma fai parte della comunità. Non sei solo. Si è davvero tutti ’sulla stessa barca’ - ricorda -. E non è un caso che si dica così. A nessuno verrebbe in testa di dire ’siamo sullo stesso treno’“. Ma poi, appunto, c’è il “fattore umano” e il rischio che, a un certo punto, la voglia di sfidare gli altri e di sentirsi in competizione con se stessi tipica della nostra specie prenda, in alcuni, il sopravvento. E il mare col suo fascino, ma anche coi suoi tanti pericoli, è il terreno per chi vuole cercare l’estremo limite e superarlo. C’è chi attraversa l’oceano a remi, chi addirittura ci prova a nuoto, si cercano con affanno i record. E c’è infine che pretende di navigar da solo. “Questo tipo di ricerca c’è sempre stata. - precisa Leoni -. Ma in alcune forme di sfida sembra che oggi non ci si contenti più, si avverte quasi una paura e quindi un desiderio di fuga da quel che ci circonda. Perché lo fanno? Non ho risposte a riguardo.” In ogni caso, aggiunge, “rispetto le decisioni di chiunque, ma non le condivido. Io non capisco quanti rinunciano al mondo e vanno in barca tagliando i ponti con la vita di oggi. Mi pare un peccato di narcisismo il navigare da soli.

Ma in fondo è come in ogni comunità: ciascun singolo pezzo è unico ma contiene in sé l’essenza del genere umano e, allo stesso modo, il gruppo che ne deriva è lo specchio dell’umanità tutta di cui non è che un microframmento. Cambieranno le società, cambierà la loro tecnologia, ma “non cambieranno le ragioni dell’andare per mare. Ce ne saranno di nuove? - si chiede il capitano - Io non credo. Sfogata la violenza, soddisfatta l’esigenza di stare meglio e di arricchirsi con crociere e commerci, data risposta al bisogno di conoscenza che abbiamo già tutte ben rappresentate anche oggi non abbiamo forse già raffigurato l’uomo intero?

C’è però un’altra costante che Leoni vedeva nella navigazione del futuro ai tempi di questa intervista: la qualità fondamentale che dovranno avere gli ufficiali, ovvero, “la passione per il mare. Certo, l’ufficiale di marina sta cambiando. Una volta il comandante di una nave era padrone e signore. A bordo si diceva: “Dopo Dio, c’è il comandante”. Oggi l’ufficiale, oltre che un esperto di mare deve esserlo della vita, deve mostrare di saper gestire un enorme patrimonio finanziario e umano“.

Ecco l’inganno, l’unica cosa in cui può esser scivolato il comandante Schettino, se mai di “scivolamento” si può parlare: l’esser rimasto ancorato alla vecchia concezione del suo ruolo come al sopra di tutto e di tutti e, all’opposto, alla cieca fiducia nell’infallibilità e nella capacità della tecnologia di metterlo al riparo da qualunque imprevisto. Perché a navigar per mare sempre con “l’aiutino” tecnologico qualche cosa, alla fine, si rischia di perderla.   
Dietro a un radar o davanti a uno schermo nelle sale comando delle navi moderne non si sente più il vento, non ci si guarda più intorno per fiutare il mare favorevole. Ma anche nelle navi più affidabili, tra Gps e mille altre diavolerie, può capitare un guasto a un generatore che ti lascia senza corrente“, ammette Leoni.

Che fare per evitare conseguenze irreparabili? Si prova a essere lungimiranti nel proprio ruoli di formatori. E se l’imprevisto non arriva da sé, lo si crea ad arte. “Sulle unità che ho comandato, pur avendo il meglio della tecnologia disponibile, ogni tanto di soppiatto spegnevo tutto per vedere come l’equipaggio se la cavava. Per costringerli ad adottare sistemi e soluzioni cui non si pensa più. - svela - Si rompe il radar? Si mette uno di vedetta con il binocolo, riabituando gli occhi a vedere. Non sai più dove sei? Se il cielo non è caduto, basta prendere il sestante. Forse sbaglierai di due miglia anziché di dieci metri, ma ci si può accontentare. Prima o poi la terra la incontri“. Senza sbatterci contro. La tragedia della Costa non era ancora accaduta, ma di “peccato di hybris”, la presunzione umana e tecnologica punita dagli elementi, c’era già stato appunto il Titanic. Là un iceberg, qui uno scoglio, un banale, maledettissimo scoglio, che non si è spostato come qualcuno ha preteso di far credere. È sempre stati lì dove lo indicavano gli strumenti, le carte. Se solo qualcuno avesse voluto vederlo, anziché pensare che “tanto non c’è nulla che può andar storto con lui al comando di un simile gioiellino tecnologico“.

La tecnologia potrà mai difenderci da chi pecca di hybris e di subire con loro (o per loro) la punizione del mare? “Diciamo che ci aiuterà, - conclude Leoni - ci saranno più mezzi per intervenire e per prevenire. Ma il mare avrà sempre il modo di dirti: “Ricorda, il più forte sono io”. Quando ero allievo di prima classe, in Accademia, c’era un libro di testo il cui titolo non ho mai scordato. Diceva: ‘Però… il mare è sempre quello’“. Lo era 100 anni fa, lo era al tempo di questa intervista de Il Millennio e lo era quel fatale 13 gennaio 2012 che si è portato via 32 persone.

Quali parole avrebbe mai potuto dire Schettino per cambiare questo dato di fatto? Che non debba essere l’unico a pagare per quanto è successo è poco ma sicuro. Ma che tutto questo non avrebbe potuto evitarsi, se si fosse stati in po’ meno al di sopra di tutto e tutti non si può pretendere che ce lo leviamo dalla testa.

LINK UTILI SULLA COSTA CONCORDIA:

Naufragio Costa Crociere: una tragedia 100 anni dopo il Titanic.

De Falco e Farina: eroi “normali” in un Paese di Schettino.

Costa Concordia: Schettino aveva rischiato anche a Procida, la prova sul blog Costa Crociere.

Naufragio Costa Concordia: De Falco è il nuovo eroe di Facebook.

Naufragio Costa Concordia: hashtag #vadaabordocazzo spopola su Twitter.

Naufragio Costa Crociere: pubblicità “Vinci una crociera” su Il Gazzettino, è polemica su Facebook.

Bruno Vespa, Porta a Porta e la Costa Concordia (senza pupazzo di Schettino, per ora).

Naufragio Costa Crociere: una tragedia 100 anni dopo il Titanic.

100 anni di Titanic: ecco una infografica dettagliata.

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