Londra 2012, Tiro con l'arco: un doodle e una citazione per cominciare

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Prima giornata di gare ufficiali a Londra e prima dedica di Google a una delle discipline discipline olimpiche: al tiro con l'arco spettano il doodle di oggi e una citazione letteraria di Pier Vittorio Tondelli

tiro-con-arco-citazione-Tondelli.jpg «La freccia altro non è che un prolungamento del tiratore stesso che ha lo scopo di raggiungere un’altra parte di sé che sta sul bersaglio. È un allungo misterioso: è come se seguissi te stesso dietro alla tua freccia, poiché insieme partono tutti i movimenti.»
Pier Vittorio Tondelli, in “Un weekend postmoderno

Neanche il tempo di archiviare le emozioni della cerimonia di apertura del XXX Giochi olimpici (qui tutte le foto), che a Londra è già tempo di pensare alla gare. Oggi prime sfide e anche prime medaglie, a partire da quelle del tiro con l’arco, disciplina a cui Google dedica il suo doodle odierno. Evidentemente il nostro “Mister G” ci ha preso gusto con le Olimpiadi e ha deciso di darsi agli “scarabocchi” a tema. Dopo il doodle dell’apertura troviamo quindi la disciplina più attesa del giorno.
Spendiamo quindi anche noi un po’ di tempo dedicando un post della nostra rubrica Sportivamente, pensieri e parole del e sullo sport al tiro con l’arco con la frase dello scrittore italiano Pier Vittorio Tondelli.

IL TIRO CON L’ARCO E LO SCRITTORE. Il tiro con l’arco faceva parte dei ricordi dei giochi d’infanzia che tornano spesso negli scritti dell’Autore. Tondelli, infatti, ha parlato molto di sé nei suoi lavori. Frammenti di pensieri e ricordi di vita, dell’infanzia trascorsa a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, dove nacque il 14 settembre 1955, in cui mette a nudo la sua intimità di uomo e di scrittore. Perché come scriveva lui stesso: “È occorso del tempo per capire, dentro di me, che pur essendo figlio di una più vasta cultura occidentale, pur essendo un inguaribile estimatore di musica pop e rock, pur essendo un consumatore di cinema americano e di letteratura della beat generation, sono anche profondamente emiliano. E, in questo senso, legato alle mie origini in quel modo tutto particolare generoso, forse, esuberante e ansiosamente malinconico che hanno i personaggi della mia terra.

E i ricordi del Tondelli bambino rivanno ai colombi del nonno Dembrao e del padre Brenno (”Mio nonno Dembrao ha sempre voluto che ci tenessi dietro anch’io ai suoi colombi viaggiatori e per questo, finita la scuola, prendevo la bicicletta e andavo a trovarlo, appena fuori la città, nella casa in cui viveva…“), alla nonna che lo porta in braccio davanti alla cappelletta con l’altare della Madonna e i vasi di fiori, ma anche ai giochi con archi e frecce, “quelli che si costruivano in bambù con la nostra ghenga di amici appena adolescenti nei campetti e nelle pratibe, con frecce insidiose e intenti bellicosi: si cacciavano le rane lungo i fossi e i canali, per farne trofei e addobbi da sistemare nelle capanne di frasche, alla cui ombra parcheggiavamo le biciclette”.

In “Un weekend postmoderno” entra nei dettagli della descrizione di uno di questi archi: “Ora che ci penso, anch’io ho posseduto un arco. Era una leggerissima e piatta assicella di legno, curvata come un attaccapanni. Alle estremità c’erano i tagli per infilare e tendere la corda, un comunissimo spago. L’impugnatura, invece, era molto bella, rivestita di fili di plastica multicolori e morbidi. Le frecce terminavano in punta con una ventosa per aderire al bersaglio che era, questo lo ricordo benissimo, una grande maschera di clown con un naso a molla che, se centrato, faceva volar via il copricapo del fantoccio. Ma ci sono altri archi da ricordare. Quelli che si costruivano in bambù con la nostra ghenga di amici appena adolescenti nei campetti e nelle pratine, con frecce insidiose e intenti bellicosi: si cacciavano le rane lungo i fossi e i canali, per farne trofei e addobbi da sistemare nelle capanne di frasche, alla cui ombra parcheggiavamo le biciclette. E ci sono gli archi “alternativi” e “creativi” e “metropolitani”, molto meno ruvidi dei primi, molto più consapevoli di sé: archi decorati con piume, stoffe colorate e perline di vetro che, coi ragazzi di un lungo corso di animazione teatrale, abbiamo pazientemente costruito, ricopiandoli dai libri sugli indiani delle praterie, allora molto in voga e molto pregni di senso marginale, parlo naturalmente del 1976.”

Nella raccolta di scritti Tondelli consiglia perfino la lettura di Lo zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel, un libro molto noto che racconta l’avvicinamento allo zen di un occidentale proprio attraverso questa disciplina mentale prima ancora che fisica. E’ il resoconto in prima persona dell’emozionante tirocinio del professore tedesco di filosofia, Eugen Herrigel, nel corso del quale il protagonista si troverà felicemente costretto a capovolgere le sue idee - e soprattutto il suo modo di vivere. All’inizio con grande pena e sconcerto: dovrà infatti riconoscere prima di tutto che i suoi gesti sono sbagliati, poi che sono sbagliate le sue intenzioni, infine che proprio le cose su cui fa affidamento sono i più grandi ostacoli: la volontà, la chiara distinzione fra mezzo e fine, il desiderio di riuscire. Ma il tocco sapiente del Maestro aiuterà Herrigel a scrollarsi tutto di dosso, a restare vuoto per accogliere, quasi senza accorgersene, l’unico gesto giusto, che fa centro - quello di cui gli arcieri Zen dicono: «Un colpo - una vita». In un tale colpo, arco, freccia, bersaglio e Io si intrecciano in modo che non è possibile separarli: la freccia scoccata mette in gioco tutta la vita dell’arciere e il bersaglio da colpire è l’arciere stesso.

Il programma e gli orari completi delle prove di Tiro con l’Arco delle Olimpiadi di Londra 2012.

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