Animali e piante clandestini: in un libro le storie dei grandi colonizzatori

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Il libro di Marco Di Domenico Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno, svela le incredibili storie di 45 specie di esseri viventi che si sono distinti per invasioni dagli effetti devastanti. Alcuni di questi "alieni" anche da tra no

Rosa_Mundi.JPG Che cos’hanno in comune il gatto, la volpe, il coniglio, il pino marittimo, la rosa, il fico d’India? Sono tutti “clandestini”. Animali e piante, introdotti per caso o a forza in un luogo diverso da quello natio. E non sono i soli. Il mondo è pieno di “alieni” come questi che hanno saputo o dovuto inventarsi un modo di vivere nuovo in un posto totalmente diverso dal loro. A volte riuscendoci, a volte no. Ma mai senza portare prima parecchio scompiglio negli ecosistemi locali. A raccontare le loro “storie di invasione” ci ha pensato Marco Di Domenico nel libro “Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno” (Bollati Boringhieri, 2008).

IL LIBRO. Quarantacinque brevi ritratti per presentarci altrettante specie animali o vegetali “clandestine”, che hanno colonizzato habitat naturali differenti da quelli di origine. Organismi grandi e piccoli, acquatici e terrestri, animali e vegetali, protisti e virus. Alcuni a noi ben noti, molti di faune e flore a lontane e sconosciute che però avremo qui l’occasione di scoprire.
Li divide l’aspetto, la provenienza e il luogo di destinazione. In comune appunto solo la loro storia di invasione, più o meno drammatica, e i sistemi fantasiosi che hanno inventato per sopravvivere. La loro unica colpa, a volte, è solo questa: aver scritto nei geni che l’unico scopo nella vita è “tenere in vita la specie”. Molti, infatti, sono stati protagonisti involontari di queste invasioni dovute più all’introduzione azzardate da parte dell’uomo. In altri (pochi per la verità) persino l’uomo è stato artefice suo malgrado del trapianto di una specie da una zona all’altra del mondo. Perché se è vero che “la dispersione in natura è una strategia ampiamente utilizzata da piante e animali, che permette di colonizzare nuove aree geografiche aumentando le opportunità di sopravvivenza della specie” è anche vero che la specie umana, con i suoi spostamenti, ha da sempre trasportato altre specie, in modo volontario o meno. E oggi che la globalizzazione va rapidamente interessando l’intero pianeta ci si offrono (rispetto al secolo scorso) incredibili opportunità di movimento ma anche di nuove e ben più terribili “invasioni”.
Le conseguenze non sono da poco. Qualunque ne sia la causa, ognuna delle migrazioni presentate da Di Domenico, ha stravolto gli ecosistemi che ha trovato, colmando “vuoti ecologici”, sostituendosi alle specie locali e riproducendosi con ritmi infinitamente più alti di quelli che avevano nei luoghi di origine, perché quasi mai vengono introdotti anche gli abituali nemici, se non dopo che si è compreso il danno fatto e si cerca vanamente di porvi rimedio. Caso emblematico è quello dell’introduzione nel lago Vittoria, in Africa, di giovani esemplari di perca del Nilo: questo gesto ha causato l’estinzione di centinaia di specie di pesci e una irreversibile catastrofe ambientale, ha stravolto per sempre il più grande ecosistema d’acqua dolce del mondo e la vita di intere popolazioni umane, che basavano la propria economia sulla pesca. Perché poi il dramma con gli ecosistemi è questo: l’alterazione nel numero o nella qualità di uno dei suoi elementi comporta un effetto a catena su tutti gli altri con risultati che non sempre possono portare a un nuovo equilibrio.
Senza contare che spesso è difficile fare finta di niente e ignorarli visto che finiscono sempre per ritorcersi contro chi ne è l’artefice diretto o indiretto e quindi noi.
L’importanza di questi cambiamenti ambientali nella vita stessa dell’uomo emerge in particolare nel Prologo, in l’Autore racconta di come lo sbarco per la prima volta in Tasmania, di William Bligh, ufficiale di rotta al seguito del celebre capitano James Cook e futuro capitano del Bounty, portò, sì il melo sulla grande isola a sud dell’Australia “scoperta” dagli olandesi nel 1642, ma anche alla scomparsa degli aborigeni nativi solo 88 anni dopo; e nell’Epilogo, cioè nell’ultima di queste 45 storie, dedicata alla rosa, il bellissimo fiore coltivato nei giardini italiani e sulle sponde della Riviera dei fiori che impreziosisce le nostre case e i nostri momenti più felici, ma che si è trasformato in carnefice nel momento in cui è stato introdotto forzatamente in Kenia a fini puramente speculativi a spese del sudore, della fatica e, soprattutto, della salute di moltissime donne africane, costrette a lavorare in condizioni al limite dell’umano per crescerlo.
Due storie estreme accompagnate da tantissime storie di piante, ma anche animali, dagli effetti meno eclatanti ma non per questo meno interessanti.
Parlando di piante salta subito all’occhio una delle più familiari in tutto il Sud Italia, il Fico d’India (Opuntia ficus-indica), una cactacea originaria delle zone aride e desolate del Messico - importata in Europa dai primi esploratori che, credendo di essere arrivati nelle Indie così la battezzarono - estremamente invasiva, anche se in Italia è tenuta bene sotto controllo, a differenza dall’Australia dove fu necessario nel 1925 importare anche un suo acerrimo nemico, il bruco della Cactoblastis per limitarne l’espansione che avrebbe portato in breve all’invasione dei preziosi pascoli: “uno dei primi casi di lotta biologica al mondo“.

Ma non è l’unico “alieno” che tra noi. C’è “un mondo di alieni” che vive nei luoghi più impensati della nostra Penisola, come la Pianura pontina, a sud di Roma, ad esempio. Nella parte interna di questo territorio la Maclura americana (quell’albero che produce frutti gialli come palline da tennis) domina tra gli arbusti “come l’eucalipto australiano tra gli alberi e il kiwi cinese ha quasi ovunque soppiantato la vite; i giardini ospitano magnolie e cedri del Libano, Ficus, araucarie e abeti rossi, tuie e cipressi dell’Arizona, palme e cicas, siepi di lauroceraso.” Insomma, siamo circondati, e provare a riportare tutto com’era è impossibile oltreché pericoloso per il nuovo ecosistema che si è stabilito.

Questo libro ci faccia almeno a riflettere per evitare, almeno per quel che ci riguarda, di ripetere all’infinito questi errori.

L’autore Marco Di Domenico, dottore di ricerca in biologia animale, lavora presso l’Università «Tor Vergata» di Roma. Si occupa di entomologia e lotta biologica.

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