L'arte di curare e guarire
«L'opera d'arte non è il luogo dove si manifesta il fantasma inconscio del suo autore, né lo specchio della sua biografia». In Il miracolo della forma edito da Mondadori, Massimo Recalcati offre una nuova visione dei rapporti tra arte e psicanalisi
Cos è l'opera d'arte? E, soprattutto, cosa ci dice realmente dell'artista che l'ha realizzata? Il tema che abbiamo cominciato ad affrontare con la teoria di Silvano Vinceti sulla correlazione tra i misteri della Gioconda e quelli del personaggio Leonardo da Vinci trova ora un nuovo spunto di riflessione nell'ultimo libro dello psicanalista lacaniano Massimo Recalcati. In Il miracolo della forma. Per un'estetica psicoanalitica edito da Mondadori propone, infatti, una nuova visione dei rapporti tra la psicoanalisi e la pratica dell'arte.
«L'opera d'arte non è il luogo dove si manifesta il fantasma inconscio del suo autore - secondo una tradizione riduttivamente patografica - né può essere ricondotta meccanicamente alla biografia dell'artista», scrive Recalcati. «Piuttosto in essa si manifesta il soggetto dell'inconscio come impossibilità di rendere del tutto decifrabile l'enigma del testo d'arte.» Ciò non significa che la psicanalisi non possa accostarsi al lavoro dell'artista. «Tra la pratica artistica e quella psicoanalitica - spiega infatti l'Autore - esiste un punto di prossimità radicale: entrambe sono pratiche di linguaggio che esplorano il limite del linguaggio stesso, il reale impossibile da rappresentare. Il loro problema resta comune: come è possibile dare una forma alla forza (informe) che si manifesta nel reale della pulsione?»
Questa nuova edizione aggiornata di Il miracolo della forma è arricchita da un saggio dedicato a Van Gogh nel quale l'autore sintetizza il suo pensiero originale sulle tendenze fondamentali dell'arte contemporanea.
Su questo artista, Massimo Recalcati aveva già scritto Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh (Bollati Boringhieri, 2009) in cui offriva una lettura sintetica della sua opera attraverso le chiavi della psicoanalisi. Il libro ripercorre, infatti, la vita del pittore nei suoi sforzi per trovare, nonostante il rifiuto originario che ha patito, un'iscrizione simbolica possibile. «Questo avverrà dapprima attraverso l'adesione, al limite del fanatismo, alla parola evangelica e, in seguito, attraverso la dedizione alla pratica dell'arte. - spiega - Le maschere fondamentali del Cristo e del giapponese servono a Van Gogh per darsi un'identità di cui si sente privo. La sua pittura - e qui veniamo al tema del nuovo libro - non è la semplice espressione di stati emotivi, ma lo sforzo estremo di attingere, attraverso la luce e il colore, direttamente all'assoluto, alla Cosa stessa. La dedizione all'arte, che lo aveva in un primo tempo salvato dalla sua melanconia originaria, si rivela però ciò che lo fa precipitare negli abissi della follia. Il suo movimento pittorico e biografico dal Nord verso il Sud lo avvicina troppo al calore incandescente della Luce e in questa prossimità, come nel mito di Icaro, egli finisce per consumarsi.»
Non abbiamo la controprova, però. Non sappiamo, cioè, se Van Gogh avrebbe evitato gli abissi della follia non continuando a dipingere o se, più probabilmente non vi sarebbe precipitato più velocemente.
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