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Lutto al Corriere: muore suicida il vignettista Francesconi

Venerdì 25 Novembre 2011, 09:30 in Fumetti e animazione, Pazienti illustri di

Lo storico illustratore del quotidiano di via Solferino si è tolto la vita a 77 anni. Era malato. Onirico e surrealista, fu scoperto da Dino Buzzati. Un delicato epitaffio il suo ultimo desiderio.

Suicidio-al-Corriere_muore-vignettista-Francesconi.JPGMilano perde una delle sue "matite" più illustri. Luciano Francesconi, storico disegnatore del Corriere della Sera è morto tragicamente ieri sera, a 77 anni. Di un'ironia colta ma sensibile fino all'eccesso, non ha più sopportato il male che lo aveva colpito e ha deciso di andarsene sparandosi un colpo di pistola.

IL TRAGICO EPILOGO. Luciano Francesconi si è sparato un colpo alla testa nell'ascensore del suo appartamento a Milano. E' stato ricoverato d'urgenza all'ospedale Niguarda ma è morto poco dopo. Al momento sono sconosciuti i motivi del gesto anche se secondo alcune indiscrezioni Francesconi aveva recentemente subìto un delicato intervento chirurgico andato male.

Il vice direttore del Corriere della Sera, Giangiacomo Schiavi, è accorso immediatamente al Niguarda. Raggiunto telefonicamente da alcuni giornalisti subito dopo il decesso di Francesconi, ha confermato affranto la notizia della scomparsa, ma, sconvolto, ha preferito non commentare. Lo ricordano i colleghi che ne affidano il ritratto a Gianluigi Colin e gli Amici del Bagutta.

RAFFINATO E COLTO. Di Francesconi si ricordano infatti non solo le vignette del Corriere, ma anche la lunga frequentazione con la storica trattoria milanese Bagutta (dalla quale ha preso il nome anche il premio giornalistico) e di cui era diventato giudice, per il suo estro, la notorietà dei suoi disegni e per la passione per la letteratura. "Nato a La Spezia, Francesconi era un intellettuale raffinato, un artista elegante che faceva parte della scuola colta dell'illustrazione, un interprete come pochi della società contemporanea. - ricorda Colin - I suoi disegni richiamavano la leggerezza del disegno di tradizione americana, ma avevano la solida profondità della cultura alimentata nella Brera degli anni Sessanta intorno al bar Jamaica e alla «vita agra», condivisa da tanti compagni d'avventure, discussioni e bevute: scrittori, fotografi, artisti, fanciulle... Non era un caso, quindi, se faceva parte della giuria del premio Bagutta: lettore appassionato, portava nei suoi disegni sempre una visione onirica e surreale. I suoi lavori erano lucidi racconti di microcosmi impossibili. Lampi di geniale sintesi, affreschi sociologici in forma di disegno. Non toccava mai la politica, piuttosto amava indagare, quasi fosse un intercettatore di emozioni collettive, sui sentimenti, sulle relazioni, spesso assurde, talvolta ridicole che la vita, l'amore e il destino portano ad affrontare."

VITA DI REDAZIONE. "Francesconi collaborò con la rivista graphics, lavorò come art director in un'agenzia pubblicitaria e fondò con un gruppo di amici humor graphics, importante pubblicazione di satira - ricorda ancora Colin -. Arrivò al Corriere scoperto da Dino Buzzati e fu proprio l'autore del Deserto dei tartari a portarlo nelle pagine culturali. Da allora Luciano ha sempre fatto vita di redazione, dividendo con i redattori le risate e le tensioni dello scorrere delle notizie, la fretta e le mille difficoltà del fare un quotidiano. Con i giornalisti di via Solferino - racconta  - condivideva tutto: gli spazi, le emozioni, ma soprattutto la passione per il mestiere: era un vero cronista, anche se con la matita e gli acquerelli. Non rincorreva la notizia, ma la lasciava decantare per reinterpretarla, rivelando un mondo inatteso e divertente. Dietro il suo segno apparentemente rapido (disegnava con matita e poi ripassava con pennino e inchiostro) si celava una cura maniacale per il dettaglio. Lo rivela la sua scrivania ordinatissima: tra i libri e quaderni di disegno scelti con cura, i pennelli di martora tutti in fila, le piccole scatole dei colori inglesi tanto amati, le matite allineate secondo gradazione. Era un collezionista di orologi preziosi, ma amava soprattutto la bellezza delle cose e quella intima delle persone."

LE IDEE IN TASCA. Amava stare con le persone tanto quanto il suo lavoro. E non è un caso se tutti quelli che oggi lo piangono ricordano quel suo girare con le tasche perennemente piene dei foglietti coi suoi ultimi disegni. "L'incontro con Luciano era sempre davanti alla sala Albertini, la stanza delle riunioni del Corriere", dice ad esempio Colin. "Si aggirava soddisfatto con un foglietto custodito gelosamente nella tasca di una delle sue elegantissime giacche a quadri, sempre discreto, sorridente, misterioso. Poi, con un gesto lento estraeva un foglietto piegato e rivelava l'ultima invenzione. Non si limitava a mostrarla, aggiungeva la battuta non scritta, dava corpo con la parola al suo mondo visionario, dolce, surreale, da indagatore ironico dei tic del nostro vivere quotidiano. E, soprattutto, aveva negli occhi l'attesa, quasi fanciullesca, di una risposta immediata, un sorriso, la condivisione di un sentire comune."

SEMINARISTA DUBBIOSO. Leonardo Vergani, nel '67 gli dedicò un articolo-ritratto straordinario. Sapendo che Francesconi era un assiduo frequentatore del Bagutta lo descrive così: "Era un giovanotto vestito di nero con il corpo di un fantino e il viso da seminarista dubbioso che scarabocchia qualcosa sul retro di un menu e che appena vede un'ombra profilarsi su una porta, lascia da parte la matita, sposta un piatto, una caraffa d'acqua, spazza le briciole con la manica della giacca e sorride".
Luciano, anche da giovane era un uomo timido, discreto, sensibilissimo. Fino a ieri accoglieva gli amici nei suoi luoghi della memoria, fosse una storica trattoria, il bar Ted One accanto al giornale, una prestigiosa galleria d'arte, o la redazione delle Cronache italiane dove lasciava i colori. Sorrideva sempre e con gentilezza amava "parlare dei suoi sogni e delle sue malinconie", proprio come quand'era giovanotto. Stavolta le malinconie hanno avuto il sopravvento. A un'amica aveva confidato: «Sulla mia tomba vorrei fosse scritto: ha visto passare così tante pecore che si è addormentato per sempre».

Non è male. Se fosse in mio potere esaudirei questo suo desiderio. È dolce e il richiamo agli animali mitiga la crudezza della morte. Proprio come le sue vignette sempre piene di amici a quattro zampe (qui una raccolta delle sue vignette). In questo post ho scelto di metterne una dedicata alla solitudine che si prova spesso in mezzo alla gente. Chissà se anche lui l'aveva mai provata? Se si era mai sentito solo e incapace di comunicare il suo disagio più intimo anche a chi gli stava vicino. E' una sensazione penosa che penso accomuno molti, se non tutti i suicidi. Chissà, chissà... E chissà se anche lui aveva disegnato una vignetta estrema.

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2 commenti
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27 Nov 2011
alle 14:19

Emanuela Zerbinatti

@Paopasc diciamo che mi sono lasciata coinvolgere da chi lo conosceva di persona. Io ho messo insieme i commenti degli amici del corriere e del Bagutta. Lo conoscevo meglio come vignettista. Mi piacevano i suoi mondi onirici popolati da gatti :)

Non ti facevo appassionato anche di grafica. Sei un uomo dalle mille risorse :)

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27 Nov 2011
alle 12:13

paopasc

Pezzo toccante e pieno di coinvolgimento da parte della scrivente. 

(A proposito, la vecchia e cara rivista Graphics, quanti ricordi...)

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