Bambini e pediatri: riflessioni per il terzo millennio

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Un pediatra prova a mettersi nei panni di un bambino per capire quale sarà il suo ruolo nel prossimo futuro. Ecco le riflessioni del dottor Giuseppe Di Mauro.

pediatria-riflessioni-dalla-parte-di-un-bambino.jpg Siamo quasi al termine della settimana dell’infanzia. E dopo il libro L’alba del gioco dedicato alla riscoperta del valore cognitivo e terapeutico del gioco vero, senza mediazioni artificiali e artificiose che ne snaturano l’essenza, ci tenevo a riproporvi le riflessioni sul ruolo del pediatra del terzo millennio e sui compiti che questo sarà chiamato ad assolvere nel prossimo futuro pubblicate su IlGiorno da Giuseppe Di Mauro, Presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale - SIPPS.

Le sue parole potranno sembrare retorica, ma considerato che oggi si dà per scontato tutto, anche le persone e i loro sentimenti, ripetere pure quello che sembra ovvio male non può fare. Di Mauro, infatti, fa quello che dovrebbe fare ogni adulto che si trovi ad accudire un bambino: si mette nei suoi panni.

Ecco le sue riflessioni.

Nei panni di un bambino
«Mi sono sempre chiesto, in qualità di Pediatra e di Presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, quali fossero le nuove sfide che un Pediatra del terzo millennio, attivo in una società globalizzata e in continua evoluzione, dovesse affrontare per aiutare i bambini a crescere. Per far questo ho cercato di immedesimarmi in un bambino, mi sono sforzato di pensare come loro, rubando anche ricordi alla mia infanzia, ma con una mente da adulto.

Ecco, se fossi un bambino, ricorderei per prima cosa a tutti che non sono stato io a chiedere di mettermi al mondo, per cui chi lo ha deciso per me è giusto che se ne assuma tutta la responsabilità.

Se fossi un bambino chiederei di spiegarmi perché nascere in posti diversi della terra significa vivere un’infanzia completamente diversa, a volte la più bella possibile, ma a volte la peggiore che si possa immaginare.

Se fossi un bambino vorrei che fossero comprese, non solo logicamente ma anche emotivamente, le mie paure, i miei interrogazioni e le mie emozioni. Vorrei che qualcuno capisse che a volte il mio vero o finto mal di pancia nasconde un forte disagio, è un modo per sfuggire a qualcosa che mi fa sentire male, ma è anche un modo per comunicare… questo mi aiuterebbe a crescere, mi aiuterebbe a vivere.

Se fossi un bambino vorrei essere veramente ascoltato, vorrei che qualcuno tenesse conto delle cose che dico, anche se a bassa voce e balbettando. Perché i bambini spesso hanno paura di dire certe cose: se non sono incoraggiati finiscono per non dire e noi non sapremo mai cosa pensano. Pensare che, a volte, basterebbe guardare i loro comportamenti per capirli e prevenire l’insorgere di gravi disagi.

Questa riflessione focalizza l’attenzione sul ruolo “allargato” che ha il pediatra nel terzo millennio. Un punto di riferimento per i genitori nella vaccinazione, nell’alimentazione e nelle malattie croniche, ma anche un «tutor» capace di considerare il bambino in quanto membro di una «socìetas» e aiutarlo, insieme alla famiglia e alle Istituzioni a diventare un Uomo.»

 
Quale miglior auspicio per la settimana dell’infanzia? Forse, che tutti i bambini del mondo possano avere un pediatra del terzo millennio come quello auspicato da Di Mauro.

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