L'arte di curare e guarire
Ricerca Usa fa discutere. "La fede aiuta a superare crisi economiche? Ovvio: studio inutile". Filosofo Cacciari: "Anche la ragione aiuta"
Fa molto discutere la ricerca americana pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology, secondo cui nelle società sottoposte a forti condizioni di stress ci sono molte più persone che si affidano alla religione e che si sentono per questo più felici, mentre nei Paesi dove regna una pace sociale e la situazione economica non desta preoccupazioni, la fede è meno vincolante e le persone sono più felici anche non avendo particolare affinità con il culto.
A parte molti credenti del mondo della politica e della cultura che sono concordi e, ovviamente, felici di sentire gli scienziati riconoscere ciò che loro sostengono da sempre, altri sono talmente convinti dell'ovvietà di questo risultato che non c'era nemmeno motivo di provarlo. Altri ancora sostengono, invece, che le stesse conclusioni si possono trarre anche per aspetti della vita diversi dalla religione. La ragione, ad esempio.
"C'è stata la fede in ogni epoca, a prescindere dalle condizioni economiche." dice il filosofo Massimo Cacciari. "Può darsi che in situazioni difficili il credere possa aiutare ad affrontarle meglio, ma si può dire lo stesso di una persona che opera con la ragione", conclude.
A parlare di banalità sono invece molti altri, ma prima di vedere chi e perché vediamo più in dettaglio lo studio.
LA RICERCA. Avere fede può aiutare a superare le crisi economiche e la mancanza di aiuti sociali da parte dei governi. A stabilire come la religione possa essere il 'salvagente' in momenti di difficoltà è nuovo studio americano della University of Illinois, curato da Ed Diener, professore emerito di psicologia e collaboratore della Gallup Organization.
"Precedenti studi, molti dei quali concentrati sugli Stati Uniti - afferma Diener - hanno suggerito che le persone religiose tendono ad essere più felici di quelle non credenti. I nuovi risultati indicano però che la religiosità e la felicità sono strettamente legate alle caratteristiche delle società in cui le persone vivono".
"L'appartenenza religiosa - è quindi la conclusione dello studio - sembra aumentare la felicità e il benessere nelle società che non riescono a fornire un'alimentazione adeguata, un lavoro, un'assistenza sanitaria, la sicurezza e le opportunità educative".
Gli scienziati hanno analizzato i dati raccolti tra il 2005 e il 2009 attraverso una ricerca mondiale della Gallup World Poll. Un sondaggio condotto in oltre 150 Paesi, che comprendeva domande sul credo religioso, la soddisfazione nella vita, il sostegno sociale ricevuto. Ebbene, nei Paesi dove aumentano i disagi socio-economici le persone sono più religiose. E queste sono più felici di chi non ha una particolare fede. Nei Paesi dove la situazione socio-economica è stabile, invece, chi è religioso non sembra più felice di un ateo. Questi i risultati dei ricercatori, ma per qualcuno non c'è nulla che già non si sapesse.
COSÌ OVVIO, COSÌ BANALE. Di "grande banalità" parla, ad esempio, lo scrittore e giornalista Vittorio Messori che aggiunge: "Non occorreva che si muovessero degli studiosi per dimostare questo". E "che si creda o meno - spiega - si è d'accordo che la fede dà un significato all'esistenza dell'uomo e quindi può aiutare ad accettare gli eventi, rendendosi conto che questi hanno un significato nella prospettiva di fede. È lo stesso motivo per cui un vero credente non chiederà mai l'eutanasia, perché nella sua visione di fede anche il dolore ha un senso". "È scontato e banale - conclude Messori - che le crisi di tutti i tipi, da quella economica a quelle affettive a quelle che riguardano la nostra stessa vita e la morte siano affrontate dal credente con uno strumento per comprenderle e dar loro un significato, intravedendo in esse, nonostante tutto, una qualche speranza".
Anche per Rocco Buttiglione, presidente dell'Udc, non è "niente di nuovo". Ma il senso è completamente diverso. "Il mio maestro, Augusto Del Noce, diceva che le scienze moderne trovano con metodologie sempre più raffinate delle verità sempre più banali", spiega, lasciando, infatti, intendere che solo gli scienziati potevano perdere tempo a provare una così ovvia da sembrare "banale. Inoltre, "per fare solo una citazione - spiega il filosofo - Rene' Girard ha spiegato che la dimensione religiosa emerge nel confronto dell'uomo con l'incertezza. Mi accorgo di non essere padrone di tutte le circostanze della vita e so anche che gli sforzi sono necessari, ma possono non bastare. Per questo - ragiona Buttiglione - il contadino di una volta, dopo aver seminato, pregava Dio perché gli mandasse la pioggia". "Purtroppo - conclude - negli ultimi tempi diminuiscono le persone che hanno fede e aumentano invece i superstiziosi. In fondo, però, anche la superstizione è una forma di rassicurazione contro l'incertezza".
Sulla stessa linea, ma meno severo con i ricercatori che hanno impiegato tempo e soldi nella ricerca, è, infine, il direttore della Fondazione per il bene comune delle Associazioni cristiane dei lavoratori, Cristian Carrara, secondo cui "i loro risultati si coniugano con il buon senso e confermano una realtà che basta saper guardare per percepire distintamente". "Del resto - ricorda Carrara - fede vuol dire appunto fiducia, necessaria in un momento in cui vengono a mancare le certezze economiche, occupazionali e sociali. È chiaro che il cristiano subisce come tutti gli altri gli effetti della crisi, ma viene colpito non nella sua principale finalità, che va 'oltre' la situazione contingente".
Secondo me ha ragione Cacciari e non solo perché dà all'intelletto la stessa capacità di aiutarci a sopravvivere alle crisi della fede, ma perché pone l'accento sul fatto che è il credere in sè a darci la forza di andare avanti. Credere nella forza della propria fede, della propria ragione o della propria passione è il motore che ci spinge a pensare a un domani migliore anche se l'oggi non lo è. Anzi, a maggior ragione se l'oggi non lo è. Quando tutto va bene le motivazioni, le passioni spesso scemano. Non abbiamo stimoli, abbiamo tutto e pensiamo di non aver bisogno d'altro, perché cercarlo? Perché cercare soluzioni a un problema che non c'è. Viceversa, la mancanza, il dolore per qualcosa che non abbiamo o che abbiamo perduto ci pone davanti a un'alternativa senza via d'uscita: o ci si rassegna e ci si lascia andare, o ci si rimbocca le maniche e si trova una soluzione.
Fonte: Adnkronos Salute