L'arte di curare e guarire
Un viaggio affascinante come un romanzo nelle immagini dell'inconscio della psichiatra Nise da Silveira e dei suoi pazienti
Si dice spesso che la nostra è la società delle immagini. Ed è vero. Viviamo immersi nelle immagini fin dalla nascita. Ne veniamo bombardati ad ogni ora del giorno e della notte, al punto che non facciamo in tempo a diventare adulti e ne siamo già assuefatti. Non ci toccano più, non ci fanno vibrare ciascuna per sé. Ci accorgiamo di loro, paradossalmente, quando qualcuno "stacca la spina" e queste smettono di rincorrersi l'un l'altra. È la velocità con cui si susseguono a colpirci, il ritmo frenetico che tiene occupati i nostri cervelli. È, in altri termini, l'energia che le tiene in movimento il cibo di cui ci nutriamo.
Ma cosa accade se "il nastro" si blocca in un lungo fermo-immagine? Cos'è un'immagine per sé?
La verità è che non sapremmo definirle. Luogo della verità o dell'inganno, dotate di vita autonoma o dipendenti dalle sensazioni, reali o illusorie, le immagini semplicemente sfuggono. Da sempre. Fin da Platone, il problema della definizione delle immagini ha avuto una storia complessa e accidentata, soprattutto in Occidente. Noi abbiamo creduto di poter risolvere la questione manipolandole, piegandole al nostro volere. Ma quello che siamo riusciti a fare è stato al massimo un aumentarne la velocità e quindi l'evanescenza. Ma non siamo ancora riusciti a rispondere alla domanda iniziale. Cosa sono le immagini?
Possono esistere indipendentemente l'una dall'altra e dall'intervento dell'uomo? Hanno valore universale o dipendono piuttosto da come noi le vediamo. E, in questo caso, possono variare in funzione del nostro umore e dal nostro stato psico-fisico o, al contrario, influenzarlo?
Ci aiuta a rispondere a queste domande Eugenio Pellizzari con Le immagini dell'inconscio (Moretti & Vitali, 2010). È un libro che pare un romanzo e parla dell'incontro dell'Autore con Nise da Silveira (1905-1999), psichiatra brasiliana che dedicò gran parte della sua vita alla riabilitazione dei pazienti utilizzando l'attività espressiva come metodo terapeutico principale.
Nel 1952 riunì il materiale prodotto nella Sezione di Terapia occupazionale e fondò il Museo dell'Inconscio (Museu de Imagens do Incosciente), tanto era forte in lei la convinzione che fosse importante lasciare all'inconscio la possibilità di esprimersi attraverso lo scorrere del tempo, in un continuum di immagini concatenate e unite da un significato sottostante.
Scrive Jung "I dipinti, allo stesso modo dei sogni, se esaminati in serie, rivelano il ripetersi di motivi e l'esistenza di una continuità nel flusso delle immagini dell'inconscio". E, in effetti, oggi esistono diverse e variegate modalità, in campo clinico-terapeutico, di creare le condizioni affinché l'inconscio possa emergere. Strumenti quali i test proiettivi, le libere associazioni, le interpretazioni dei sogni permettono all'individuo di esprimere la propria parte più ancestrale, archetipica e simbolica efficacemente. L'arte aggiunge la possibilità di concretizzarla utilizzando creatività, fantasia, passione ed emozione.
L'arteterapia, in tutte le sue declinazioni, risulta al tempo stesso espressiva e potenzialmente terapeutica. L'utilizzo della produzione di immagini in psicoterapia rappresenta un meraviglioso strumento di movimento e trasformazione inconscia. Tutto ciò che, con le dovute attenzioni e accortezze cliniche, permette al paziente di esprimere la propria creatività, lascia tempo e spazio all'inconscio per comunicare attraverso la primarietà del simbolo.
Ma che c'entra tutto questo con il nostro problema di stabilire cos'è un'immagine? C'entra, c'entra.
Torniamo per un attimo ai nostri filosofi con l'aiuto di Paolo Ferliga, che di questo libro ne ha scritto la prefazione. "Secondo un'interpretazione ancora corrente - si legge - le immagini sarebbero contrapposte alle idee. Le prime, legate alle sensazioni, trarrebbero gli uomini in inganno, mentre solo le seconde, le idee, sarebbero in grado di esprimere la verità e la realtà dell'essere. Così le immagini sarebbero state condannate, proprio da Platone, ad una sorta di storia minore ed escluse dalla riflessione filosofica che si sarebbe invece interessata alle idee, ben presto ridotte, da Aristotele, a meri concetti. Anche quando, molto più tardi, l'immagine avrebbe riconquistato dignità, con il ruolo attivo attribuito da Kant all'immaginazione e la valorizzazione dell'immaginario e della fantasia da parte del Romanticismo, la sua importanza sarebbe stata limitata prevalentemente ad un ambito di tipo estetico. Come se le immagini potessero interessare solo l'ambito artistico e non quello scientifico, ritenuto ormai, nell'epoca moderna, l'unico luogo deputato alla ricerca della verità."
Curiosamente, la svalutazione dell'immagine persiste anche nella società moderna occidentale che sulle immagini si illude di aver costruito un mondo fantastico. E non solo a livello più strettamente teorico. "Se ne vedono le tracce anche nel linguaggio comune, dove si dice, ad esempio, 'quella è solo un immagine', per indicare qualcosa che avrebbe un minor valore di verità e di realtà rispetto alla 'cosa' che l'immagine raffigura. - scrive ancora Ferliga - Le 'cose' soltanto sarebbero deputate a dirci se un'immagine è vera o falsa, se ha quindi valore per la nostra vita. Quando invece per un'immagine non è possibile trovare la 'cosa' che essa rappresenta o cui rimanda come una sorta di copia, questa immagine diviene inessenziale, priva di ogni importanza.
Si tratta, in fondo, di un approccio teorico che tradisce un'impostazione materialistica per cui ciò che è 'reale' sarebbe sempre più importante di ciò che è solo 'immaginario': immagini, sogni, fantasie, allucinazioni, restano così confinate in una sorta di limbo, di non-luogo, in fondo prive di una propria vita autonoma e reale, destituite quindi di ogni interesse 'scientifico'." E qui viene il bello.
"La riduzione delle immagini a qualcosa di inessenziale e marginale fa sì che la psicologia, che trova nelle immagini, consce e inconsce, il suo campo d'indagine privilegiato, resti priva di un solido statuto epistemologico. Si preferisce oggi sostituirla con lo studio dei comportamenti, o delle reazioni che avvengono a livello neurologico, oppure con le indagini di tipo statistico. Insomma, con un oggetto di studio che sia, in qualche modo, misurabile e per questa ragione, apparentemente, più reale di ciò che, come l'immagine, si sottrae ad ogni misurazione. Ma le immagini della psiche, come potrà constatare chiunque si accosti a Le immagini dell'inconscio, sono dotate di una forza e di una energia in grado di suscitare sentimenti ed emozioni davvero vere e reali. Solo rivolgendosi a loro, la psicologia può trovare quel fondamento scientifico che inutilmente cerca nei parametri di tipo quantitativo".
Ecco, quindi, che proprio alle immagini della follia e a Nise da Silveira, che le ha sapute comprendere e valorizzare nel loro profondo significato psicologico, Eugenio Pelizzari ha dedicato questo lavoro prezioso.
Nato dall'incontro tra l'autore e la grande psichiatra e psicoanalista brasiliana, questo libro ci offre la possibilità di incontrare, a nostra volta, Nise da Silveira, ancora oggi quasi completamente sconosciuta in Italia.
"L'incontro "folgorante" con Nise è raccontato con delicatezza dall'autore che riesce, dosando opportunamente riflessione teorica ed esperienza vissuta, ad affascinare anche il lettore. Colpiscono di Nise da Silveira il coraggio e la determinazione, la passione per il lavoro e l'amore per i suoi pazienti. Fin dall'inizio della sua attività rifiuta l'elettrochoc e la lobotomia, ancora largamente praticati in Brasile negli anni trenta, entrando così in conflitto con una certa psichiatria ufficiale. Intuisce presto che le immagini "catturano l'anima" e che quindi dipingerle e tradurle plasticamente potrebbe consentire di "difendersi dall'inondazione... dell'inconscio". Da questa intuizione, centrale nella sua vita e nella sua attività, nasce l'incontro con Jung, nel 1957. In giugno nella sua casa di Kusnacht e in settembre, al Secondo Congresso Internazionale di Psichiatria di Zurigo. E' proprio a partire da questo incontro che la psicologia analitica "fa il suo ingresso in Brasile."
Dal punto di vista teorico l'impostazione di Nise da Silveira mostra evidenti affinità con la psichiatria fenomenologica ed esistenziale di Karl Jaspers e di Ludwig Binswanger che si ispira, in Europa, alla fenomenologia di Husserl. D'altronde da Silveira non solo conosce molto bene Freud e legge R. D. Laing e D. Cooper , alfieri dell'antipsichiatria, ma studia anche mitologia e filosofia e giunge a mettere a punto un metodo che chiama "Archeologia della psiche", che ricorda quello archeologico di Michel Foucault. In questa prospettiva i sintomi psicotici vengono ricondotti a modalità espressive e rappresentative che diventano momenti indispensabili per la "comprensione" del paziente, del significato profondo della sua esistenza e del senso che in essa assume la malattia. Attraverso le immagini raccontate e prodotte dai pazienti, il delirio può infatti essere visto come l'estremo tentativo di un uomo e di una donna di diventare, nonostante tutto, se stessi, di realizzare, direbbe Jung, il progetto inconscio del Sé.
Parte integrante e fondamentale del libro, sono proprio le immagini realizzate dai pazienti nella sezione di terapia occupazionale dell'Ospedale Engenho de Dentro, immagini che Eugenio Pelizzari commenta con cura, intrecciando la sua riflessione a quella di Nise de Silveira. La forza e la bellezza delle immagini riprodotte è tale che, nel guardarle, sembra di trovarsi di fronte a produzioni artistiche, talvolta di notevole valore.
Nella prima serie di immagini compare una sorta di vocabolario di simboli e temi mitologici, che consente di scorgere, in linee e colori, l'emergere degli archetipi dell'inconscio collettivo. Attraverso le immagini si fanno avanti la Dea Madre, l'Ombra, lo Spirito, l'Anima e, spesso in forma di mandala, il Sé. L'esperienza individuale degli autori-pazienti viene così illuminata e nello stesso tempo contenuta, dal rapporto con gli archetipi e con il loro carattere transpersonale. Il lettore guarda, diventa spettatore e, se concentra la propria attenzione sui dipinti, rimane incantato dalle immagini.
Quando ci si addentra nell'ultima parte del libro si comprende davvero che "le immagini catturano l'anima". Non solo dei pazienti, ma anche nostra. Forse perché, come diceva Manfred Bleuler, figlio di Eugen Bleuler (a cui si deve il termine schizofrenia), la "vita schizofrenica" esiste anche dentro ciascuno di noi, talvolta dormiente e nascosta, ma tuttavia parte e supporto della nostra personalità, o piuttosto, perché tutti siamo toccato dagli archetipi che abitano l'inconscio collettivo.
Nella terza parte del libro vengono poi presentati due testi di Nise da Silveira che commentano le opere di due pazienti, Isaac Liberato e Octavio Ignacio. Si tratta di dipinti che sorprendono per l'intensità e la ricchezza psichica che esprimono e per la capacità di raccontare la storia dei loro autori. Nel caso di Isaac colpisce come, a partire da un sintomo grave, le immagini rivelino progressivamente "la presenza attiva di forze psichiche organizzative...autocuratrici." Prima più ingenue e semplici, anche dal punto di vista stilistico, le immagini procedono poi verso una sempre maggiore autonomia e compiutezza formale, guadagnando in rigore estetico e simmetria. Non sfugge nelle ultime raffigurazioni la sorprendente similitudine con alcune tavole del test elaborato da Hermann Rorschach. La trasformazione stilistica da forme più frammentate e lacerate a forme più armoniche e simmetriche accompagna la trasformazione psichica che aiuta Isaac a contenere gli aspetti più distruttivi della sua malattia. Nel caso di Octavio invece, ci troviamo di fronte a una triplice serie: le immagini raccontano prima, con andamento quasi narrativo, la storia della vita e della sofferenza psichica, poi rielaborano quella storia in forma delirante e, infine, la ripetono e rappresentano in chiave simbolica ed archetipica. Simboli e archetipi consentono di dare un ordine formale alla realtà e al delirio. Solo in quest'ultima serie si intravede un principio di individuazione e, forse, di relativa serenità. Anche in questo caso le immagini si trasformano nel corso del tempo, conseguendo sempre maggiore forza espressiva ed un equilibrio estetico più maturo: sviluppo psichico e maturità estetica sembrano andare di pari passo.
Chiude il libro una raccolta di quadri di Fernando Diniz, vissuto per mezzo secolo in ospedale psichiatrico e divenuto un artista importante per tutto il Brasile. Davanti alla sua opera - conclude Ferliga la sua bellissima e illuminante presentazione del volume di - la parola, anche dell'autore, si ritrae e lascia spazio alla visione e al silenzio."
Che dire, sono stata un po' lunga a riportarvi tutta la parte filosofica della questione, ma se siete arrivati fin qui vuol dire che ne è valsa davvero la pena.