L'arte di curare e guarire
Dal capriccio di una figlia adolescente infatuata dal gruppo rock britannico, all'intuizione di un genio della coreografia: ecco come si fa la rivoluzione nella danza
«Ascolta i Pink Floyd e dimmi se non sono perfetti per la danza!». A un genitore normale, ancorché coreografo e mentalmente aperto, quella bizzarra richiesta sarebbe sembrata un banale capriccio da adolescenti. Ma Roland Petit non era un né un genitore né un coreografo "normale" o anche aperto solamente alle nuove possibilità: era un creativo, un innovatore, a suo modo un rivoluzionario. E quando si ha a che fare con un personaggio del genere tutto può accadere. Persino che decida, non solo di conoscere i Pink Floyd, ma addirittura di farne i protagonisti musicali delle sue coreografie e di portarli nei templi del balletto classico in giro per il mondo.
IL CASO E LA GENIALITÀ. La prima assoluta fu, però, al Palais des Sports di Marsiglia. Un luogo più adatto alle sperimentazioni senza il timore di essere tacciato subito di blasfemia. Era il 1972 e i Pink Floyd misero per la prima volta il loro rock, esplosivo e struggente, al servizio delle coreografie di Roland Petit. Un incontro felicissimo tra assoli visionari e movimenti «sulle punte», creati su quelle note da un mostro sacro del balletto. Fu un successo tale da convincerlo a correre, infine, il rischio e "violare il tempio". E tutto, per il capriccio di un'adolescente.
Visti i risultati, un'intuizione geniale, ma, evidentemente, la genialità si eredita almeno in parte. Roland Petit lo ha rivelato nell'estate del 2009, durante la presentazione dello spettacolo ospitato al Teatro della Scala: «Il "Pink Floyd Ballet" è nato grazie a mia figlia. Mi disse che dovevo andare assolutamente a Londra ad ascoltare questa band inglese. E poi che dovevo farci un balletto». Una genesi casuale per uno balletto cult, che ha girato il mondo e che in quell'anno approdava in Italia, per la prima volta, nella sua versione aggiornata. Dai palazzetti dello sport ai velluti del Piermarini, l'intuizione sperimentale della figlia quindicenne di Petit si è trasformata col tempo in un classico. «Quando gli proposi l'idea, i Pink Floyd la raccolsero subito. Non solo accettarono di suonare, ma si offrirono anche di modificare alcune parti dei brani in funzione del balletto», raccontò allora Petit.
IL RISCHIO DI VOLARE. Il rischio principale, in un simile azzardo, non era però tanto il rifiuto dei Pink Floyd, ma la capacità del pubblico di accogliere una simile rivoluzione. Saltando troppe tappe anche gli innovatori apprezzati rischiano di non piacere a nessuno e, nel caso in questione, Petit correva il rischio concreto di non piacere né ai cultori del balletto, solitamente molto restii anche ai più piccoli spunti innovatori, né ai fan della band. Ma anche di piacere a entrambi. L'anima classica e quella rockettara convivono ad esempio nel ballerino, nonché raffinato compositore, Guillame Coté che in quella rappresentazione è stata «guest star», insieme con il ballerino mongolo Dugaraa, e che in sede di presentazione ha confessato: «Per me la chiamata di Petit è un'occasione eccezionale. Sono sempre stato un fan scatenato dei Pink Floyd».
UNA SFIDA PER TUTTI. Per il coreografo, benché geniale e pronto a tutto, non deve essere stato, comunque, facile passare dal balletto classico al rock dei Pink Floyd, a sua volta rivoluzionario nel campo musicale. Ma Petit, nel mezzo ha avuto modo di "esercitarsi all'impossibile", collaborando negli anni Quaranta con Picasso, Prévert e Cocteau. Così, raccogliere il rock e gli effetti laser psichedelici della band britannica per cucirgli addosso movimenti dal solido impianto classico non deve essergli sembrato troppo traumatico. Ciò non toglie, tuttavia, che sia stata impresa assai complessa per tutti quelli che ci hanno lavorato. «I ballerini non avranno costumi particolari. Saranno i giochi di luce, semmai, a vestire i loro movimenti», sottolineava Petit, sempre in occasione della presentazione milanese. «Ci siamo divertiti, ma abbiamo fatto anche molta fatica per preparare lo spettacolo - disse invece Massimo Murru, una delle étoile che ballerò in quell'estate -. Dietro la veste sbarazzina della musica rock abbiamo incontrato un sacco di difficoltà». Svetlana Zakharova, che lo affiancava, confermò: «A me non toccano molti passi, perché il grosso del lavoro spetta al corpo di ballo. Ma sono movimenti molto complicati. Con un potenziale energetico immenso».
E, in effetti, che il corpo di ballo abbia un ruolo da protagonista quasi che fosse un tutt'uno fisico lo si percepisce anche dal video di One Of These Days (Uno di questi giorni) tratto dallo spettacolo che riporto qui sotto.
Dai primi quattro movimenti iniziali, il «Pink Floyd Ballet» si è sempre ampliato e rinnovato nel tempo. Nella versione scaligere del 2009 proponeva un programma in tredici brani, capaci di tradurre diverse atmosfere e stati d'animo, dai più intimi ai più galvanizzanti. Petit si è lasciato ispirare liberamente («come ho sempre fatto in carriera») da album come The Wall, The Dark Side of The Moon, Meddle. «Dopo i primi spettacoli, non ero sicuro se continuare a proporre lo spettacolo senza il supporto live dei Pink Floyd», ha rivelato. Invece il successo è stato immenso.
Uno dei tanti collezionati dal geniale coreografo scomparso ieri. La danza perde un pezzo pregiato che non sarà facile trovare di nuovo, su questa terra.
NOTA: Il nome Pink Floyd non ha un significato letterale né una traduzione. Si tratta infatti di due nomi propri. È stato Syd Barrett a crearlo, unendo i nomi dei due jazzisti Pink Anderson e Floyd Councille, lo stesso Syd Barrett che ha scritto anche i primi testi, visionari e lisergici esattamente come la sua mente sconvolta dal LSD, ma assolutamente unici, innovativi, insomma assolutamente splendidi. Fonte: http://planando.altervista.org/musica/progressive/pink/pink.htm
alle 21:54
gaby
genios!!! roland petit y pink floyd