Il gatto di Schrödinger e il paradosso dell'osservatore nell'arte contemporanea

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Dalla meccanica quantistica all'arte è sempre il pubblico a decretare cosa è vivo e cosa no

Il-gatto-di-Schroedinger_Arte-contemporanea_locandina.jpg Nel mondo dell’infinitamente piccolo, una particella si può trovare in più di un posto contemporaneamente e un elettrone può passare attraverso barriere invalicabili mentre nelle esperienze quotidiane non percepiamo nulla di simile. Per spiegare questo concetto il fisico e matematico austriaco Erwin Schrödinger, propose un curioso esperimento con protagonista un gatto chiuso in una scatola insieme a un atomo radioattivo. Da quel poco che può sapere di radioattività anche un non fisico, l’evoluzione dell’esperimento è ovvia, ma non la sua conclusione. Dopo un giorno, infatti, l’atomo decadrà ma il gatto non sarà morto come sarebbe lecito attendersi bensì attenderà le proprie sorti sospeso in uno stato di sovrapposizione quantistica fino a che non apriremo la scatola.
Questo, almeno in teoria, secondo la meccanica quantistica.

Lo strano caso del gatto di Schrödinger è, infatti, un esperimento mentale, mai messo in pratica. E vorrei ben vedere. Un test in cui lo spettatore gioca un ruolo fondamentale perché determina all’apertura della scatola le condizioni del gatto: gatto vivo o gatto morto. Secondo Valentina Urriani curatrice della mostra “Il gatto di Schrödinger” che da oggi al sarà in scena a Monteprandone (AP) presso Palazzo Parissi, l’arte contemporanea ci sottopone a una prova analoga, ogniqualvolta ci chiede di decifrare come spettatori lo scopo del lavoro di un’artista. “Quando ci troviamo nel pieno della suggestione, di fronte all’esito performativo di un ragionamento compiuto, - dice Urriani - scegliamo quando aprire la scatola per decretarne l’adempimento definitivo. Fino al momento dell’osservazione, il lavoro resterà in uno stato di tregua. Trovo sia questo il paradosso dell’arte, se slegata dal discernimento del pubblico, che ne definisce l’esistenza in vita o meno.

LA MOSTRA. Lo scopo del nostro Gatto di Schrödinger è quello di condividere un’esperienza nelle stanze comunicanti di Palazzo Parissi. A ogni stanza corrisponderà un’osservazione a cui lo spettatore sarà sottoposto. Il percorso avrà inizio al piano terra, con una jam session audiovisiva di Pierluigi Agostini, Alessandro Ceccarelli, Domenico Pantone e Francesco Gucci. Nelle due stanze successive, il percorso proseguirà con indagini di fotografia. La prima “Quando il gatto non c’è” a cura di Elisa Olivieri, le cui rappresentazioni sono porzioni di pellicole gracchianti che ci restituiscono le sensazioni affettive e languide di un lungometraggio di Truffaut. La seconda analisi, “Floating Shoes” a cura di Marzia Castelli, è un lavoro onirico ispirato al film “Bianca” di Nanni Moretti nel quale “Ogni scarpa è una camminata, ogni camminata una concezione del mondo”.
Proseguendo per le stanze ad arco, lo spettatore percorrerà due grandi sale. Nella prima stanza troverà la preview dell’ultimo progetto a cura di Luna Margherita Cardilli, “Mapping Kisses”; Luna sta lavorando alla creazione di un’applicazione iphone per studiare attraverso la realtà aumentata quante persone si sono baciate nei posti in cui di volta in volta ci troviamo. Nel secondo vano l’installazione-performance “Fluid” di Giorgio Dursi; un industrial box con pareti in cellophane che conserva i residui delle energie corporee . L’azione è articolata da movimenti scarni e depurata da ogni sovrastruttura propria del progresso.

L’ultima stanza del primo piano - la più raccolta -, è riservata a un’indagine mistico naturale, attraverso la proiezione della performance “Esisti per Dio” di Giovanni Gaggia. I gesti sono rituali, il metodo fenomenologico, l’intento ascetico, la fotografia lavorata con acutezza sul binomio bianco e nero. Avanzando verso il piano inferiore, “Piccolo Buio”, un’installazione di Davide Calvaresi (compagnia teatrale 7-8 Chili). Il suo è l’approccio del teatro di ricerca, e la ricerca in questo caso è sull’intimismo della natura e dei suoi suoni che custodiscono l’interiorità dello spettatore verso un ritorno intrauterino.

Infine ancora più in basso, nel vano più celato e buio, l’ultimo esperimento: l’esplorazione a quattro mani di Michela Pozzi e Domenico Buzzetti. “A Sense of Place”, video-indagine sui luoghi della natura, sulla rilettura familiare degli scenari paesaggistici a ciascuno più cari. Una meditazione sullo spirito di adattamento dell’uomo e sul cosmopolitismo ambientale.

ARTE VIVA, ARTE MORTA. Beh, diciamo che in questa mostra il gatto è solo un pretesto. Un modo per parlare di ruolo dell’osservatore del processo artistico. Ma in fondo anche nel paradosso di Schrödinger era un modo come un altro per parlare del ruolo dell’osservatore nell’estrinsecarsi dei fenomeni fisici e naturali. Nella scatola poteva esserci un topo, un cane o Schrödinger stesso. Quello che mi chiedo è se non sarebbe stato meglio ampliare il discorso anche all’arte non performativa. Con le opere dinamiche come le video installazioni si introducono tre fattori, il suono, il movimento e la velocità, che danno il senso di vitalità dell’opera, e che quindi potrebbero condizionare la risposta dell’osservatore. Viceversa, opere più “statiche” potrebbero condizionare la risposta in senso opposto. Ma non è detto. Trovo infatti che oggi sia più difficile ma più bello meravigliarsi a scoprire che l’osservatore sente vivo un quadro o una statua che morta una video-installazione.

Il Gatto di Schrödinger
dal 10 al 25 luglio 2011
Palazzo Parissi
Vicolo Della Dama - 63030 Monteprandone (AP)

vernissage: 10 luglio 2011. h 19
curatori: Valentina Urriani
autori: Domenico Buzzetti, Davide Calvaresi, Marzia Castelli, Giorgio Dursi, Giovanni Gaggia, Luna Margherita Cardilli, Elisa Olivieri, Michela Pozzi
patrocini: Comune di Monteprandone - Assessorato alla Cultura
genere: arte contemporanea, collettiva
email: valentina.urriani@gmail.com

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