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La morte nell'arte: come l'intuizione artistica ha saputo esprimere la più vuota delle immagini

Venerdì 17 Giugno 2011, 11:31 in Arte, Arte e salute, La malattia nell'arte, Recensioni di

La-più-vuota-delle-immagini_Pigafetta.jpg La morte non si può descrivere: non ha parole, non ha forme... Non ha sostanza palpabile. Si può provare a pensarla, a immaginarla da quel che ci è dato vedere di essa negli occhi degli altri che se ne vanno. Ma arriva sempre un punto in cui anche il pensiero più audace si scontra con il più vuoto dei vuoti. Eppure non ci arrendiamo: continuiamo a pensarci e a lasciarci prendere dal desiderio di rappresentarla. Gli artisti in particolare non si sono mai sottratti a questo impulso irrefrenabile di dare un volto alla morte, né mai si sono lasciati soffocare dal pudore che spesso circonda quel destino ineluttabile a cui tutti noi andiamo incontro.

Sono riusciti nel loro intento? Hanno saputo rappresentare della morte qualcosa che sfugge all'occhio dell'uomo comune? A queste e ad altre domande prova a rispondere Giorgio Pigafetta, professore di Storia dell'architettura dell'università di Genova, nel suo ultimo libro intitolato appunto La più vuota delle immagini. Arte e figure della morte appena pubblicato da Bollati Boringhieri.

Dagli ambiti più diversi - pittura, narrativa, cinema, architettura, poesia, teatro, fotografia - vengono prelevate venti figure che sfidano l'impossibile, incaricandosi di rendere la morte visibile allo sguardo dei mortali. Sotto le sembianze del vivente ischeletrito di Albrecht Dürer, o nei veri cadaveri plastinati di Gunther von Hagens, attraverso la carne purulenta del Filottete sofocleo, che si decompone da vivo, o lungo il corpo inerte di Marat appena ucciso sulla tela di Jacques-Louis David, va in scena la multiforme declinazione del rapporto tra vita e morte: la loro asimmetrica alleanza, l'effimero dominio dell'essere, la permanenza senza rimedio del nulla. Rappresentare «la più vuota delle immagini» vuol dire allora conferire al morto il suo carattere di spoglia e al tempo stesso celebrare in quel simulacro l'individuo che è stato. Alla vita e ai suoi interrogativi le figure esemplari di Pigafetta alla fine ci riconducono.

Della morte non si dà dunque rappresentazione. Niente sembra potersi riflettere nel suo specchio buio o riecheggiare nella sua muta quiete, sicché le forme, i colori, i suoni, le parole con cui le opere d'arte cercano di raffigurarla finiscono per produrre soltanto bellezza impotente. Ma, nonostante sia votato allo scacco, si rinnova continuamente il tentativo della vita di esprimere in immagini il proprio esito ineluttabile e inconoscibile. È questa inesausta energia vitale di ogni cultura artistica di fronte alla morte l'oggetto dell'originalissimo saggio di Giorgio Pigafetta.

Da non perdere.

 
L'AUTORE. Giorgio Pigafetta insegna Storia dell'architettura moderna presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Genova. Si è occupato in particolare dei rapporti tra estetica e architettura. Tra i suoi saggi: Saverio Muratori architetto. Teoria e progetti (1990), Le teorie tradizionaliste dell'architettura contemporanea (con Ilaria Abbondandolo, 1997), Parole chiave per la storia dell'architettura (2003), Paul Tournon architecte (1881-1964). Le «moderniste sage» (con Antonella Mastrorilli, 2004). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato Storia dell'architettura moderna. Imitazione e invenzione tra xv e xx secolo (2007, 2 voll.).

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