Gli inganni ottici dell'Arcimboldo

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arcimboldo-naturamorta.JPG Il più asburgico degli artisti milanesi a cui la città offre da oggi il suo tributo con la grande mostra di Palazzo Reale, ha conosciuto più successo in vita che per la maggior parte del tempo dopo la morte.
Pittore di corte «con onorato stipendio» di Massimiliano II, anzi, di «sua maestà reale», essendosi Massimiliano abulicamente incoronato “re dei Romani”, Giuseppe Arcimboldo morì, infatti, nel 1593 e già qualche decennio dopo la morte anche la sua fama iniziò a disperdersi.

La riscoperta della sua produzione artistica da parte della critica dovette attendere, nel XX secolo, l’impulso della pittura surrealista con la inquietudine esistenziale che essa seppe mettere in scena. Arcimboldo fu interprete della cultura magico-cabalistica del XVI secolo e fu, per molti versi, esponente di quel manierismo nel quale andò progressivamente ad infiacchirsi la pittura rinascimentale.
Piuttosto evidente - come sottolinea anche la mostra di Milano - è il suo debito verso le deformazioni fisionomiche di Leonardo, ma ancor più evidente è il suo debito verso la straordinaria diffusione di enigmatiche decorazioni a grottesche, e verso altre e più esplicite elucubrazioni alchemico-pittoriche del tempo.
L’arte di Arcimboldo è dunque figlia del suo tempo, soprattutto quando essa muove giocosamente verso la ricerca del significato nascosto delle cose, sia essa rivolta alla omogenia della parte e del tutto, alle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo, oppure al senso enigmatico e nascosto delle cose (come nelle sue celebri “nature morte” reversibili).
Ma il senso ludico della sua ricerca, quasi per effetto di quel sortilegio alchemico che troviamo spesso nella pittura surrealista, si trasforma - almeno allo sguardo dell’uomo d’oggi - in profonda inquietudine.
Osserva acutamente Roland Barthes, che l’effetto che oggi suscitano in noi le tavole di Arcimboldo è la “repulsione”:
«Le teste di Arcimboldo sono mostruose perché rimandano tutte, quale che sia la grazia del soggetto allegorico, […] ad un malessere sostanziale: il brulichio. La mischia delle cose viventi […] disposte in un disordine stipato (prima di giungere alla intelligibilità della figura finale) evoca una vita tutta larvale, un pullulio di esseri vegetativi, vermi, feti, visceri al limite della vita, non ancora nati eppure già putrescenti».

Eppure, quel brulichio di nefandezze piaceva. E piace ancora oggi se è vero che quelle “teste composte”, quei fantastici ritratti grotteschi tessuti di verdure, di pesci di fiori nella hit parade della seduzione sono superati al Louvre solo dall’inarrivabile Gioconda. Si potrà anche dire che questo accade perché oggi viviamo immersi in un brulichio di emozioni e a quel malessere sostanziale siamo forse ormai assuefatti. Ma la verità è che il nostro cervello con l’Arcimboldo si diverte.

arcimboldo_ritratto.jpg Le opere dell’Arcimboldo sono sofisticate illusioni ottiche. Giochi di prestigio d’artista. Ma anche la dimostrazione che, nel campo delle neuroscienze, il tutto può essere molto più della somma delle parti. Prendiamo, ad esempio, l’immagine in alto che ritrae una natura morta dipinta dall’Arcimboldo. Sembra solo una zuppiera che contiene gli ingredienti per fare un buon minestrone. Ma basta capovolgerla e la zuppiera di ortaggi dell’Arcimboldo diventa il capriccioso ritratto di un uomo, con tanto di bombetta in testa.

Per i neuroscienziati ci sono molti motivi di interesse in questo inganno dell’occhio.
Intanto, come mai ci vediamo una faccia, quando sappiamo benissimo che si tratta solo di un mucchietto di ortaggi disposti ad arte? Il nostro cervello è fatto in modo da poter riconoscere e distinguere i lineamenti e le espressioni dei volti anche a partire da dati minimi. È una capacità di importanza critica per le nostre interazioni con gli altri, ed è anche il motivo per cui vediamo volti e riconosciamo emozioni in ogni cosa, dalle più rozze maschere alla mascherina frontale dì un’automobile.
In secondo luogo, perché la faccia si vede assai più chiaramente quando si rovescia l’immagine? La risposta è che proprio i meccanismi cerebrali che rendono facile e immediata l’elaborazione dei volti risultano ottimizzati per elaborarli quando sono in posizione diritta, e quindi le facce messe sottosopra sono più molto difficili da individuare e riconoscere.
Resta il fatto che, appunto, quando si tratta di cervello il tutto è più della somma delle singole parti. Abilmente disposti, quelli che da soli sono frutti, fiori, ortaggi e radici, divengono insieme squisiti ritratti, come quello che ritrae le sembianze dell’imperatore Rodolfo Il d’Asburgo, che impersona il dio etrusco delle trasformazioni, Vertumno; o quelli in cui l’artista ha dipinto se stesso come Estate e Autunno.

Il cervello costruisce le sue rappresentazioni degli oggetti a partire da singoli elementi, come segmenti e piccole macchie di colore. Se in Estate vediamo un naso non è perché nella retina ci sia una cellula che percepisce i nasi, ma perché migliaia di fotorecettori retinici nell’occhio reagiscono alle varie sfumature di colore e luminosità in quell’area del dipinto. A quel punto, alcuni circuiti neurali di alto livello confrontano queste informazioni con i modelli di naso immagazzinati nel cervello, i segnali in uscita dai medesimi fotorecettori attivano anche altri neuroni di alto livello, dedicati agli oggetti: quelli che riconoscono rape, fichi e sottaceti; ed è proprio questo che rende queste immagini così divertenti da vedere.

In ogni caso l’Arcimboldo non è l’unico che si è divertito a creare illusioni ottiche con il cibo. Nel numero 74 della rivista Mente e cervello in edicola questo mese, c’è un bellissimo articolo dedicato alle illusioni ottiche gastronomiche: dai “Paessaggi commestibili” del fotografo inglese Carl Warner, al “dilemma dell’uovo e la gallina” dell’artista spagnolo Din Matamoro.

Vi consiglio di leggerlo, anche perché le illusioni ottiche gastronomiche spesso ce le ritroviamo sulla tavola. E non da oggi in cui girano hamburger di tofu, ma dal lontano Medioevo quando per la quaresima si mangiava pesce acconciato per sembrare cacciagione. Ne scoprirere delle belle.

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