L'arte di curare e guarire
Io credo invece che "staccare tutte le nostre connessioni" ogni tanto, serva in realtà a rafforzare le relazioni anziché a distruggerle.
Certo, la solitudine è più faticosa da gestire del sonno e, a volte, è anche dolorosa. Ma è nel silenzio e nel black out relazionale che abbiamo la possibilità di vedere meglio noi stessi e il rapporto e se ne gioverà il nostro modo di stare con gli altri.
L'importante è saper entrare e uscire da questi stati di solitudine in come nell'alternanza sonno-veglia.
Altrimenti si arriva all'estremo opposto al non saper fare a meno degli altri - il non riuscire a stare con gli altri - che è comunque patologico. Per chi volesse sapere di più su questi due aspetti consiglio il libro Solitudine. L'essere umano e il bisogno dell'altro (Il Saggiatore, 2009) in cui gli autori, il professor John T. Cacioppo e lo scrittore William Patrick, analizzano questo stato emotivo dal punto di vista delle neuroscienze: studiandone la fisiologia a partire dalla considerazione dei molteplici fattori implicati, dalla predisposizione genetica alla percezione cerebrale.
Perché tutti provano almeno una volta un senso di solitudine e, quando è passeggero, lo accettano come parte della condizione umana. Ma l'uomo è un essere sociale, e la solitudine fa soffrire. Letteralmente. Le sensazioni di connessione sociale, così come quelle di separazione sociale, hanno un'enorme influenza sul nostro corpo: una condizione prolungata di solitudine può provocare conseguenze paragonabili alle alterazioni causate da ipertensione, obesità e fumo, e alla conseguente compromissione delle funzioni immunitarie e cardiovascolari.
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