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A scuola di solitudine con Vasco

Lunedì 31 Maggio 2010, 17:19 in Pensieri e parole, Psicologia e neuroscienze, Recensioni di
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«Bisogna imparare a stare da soli.
Anche la scuola dovrebbe insegnare
a bastare a se stessi.»
Vasco Rossi, cantante

Sono d'accordo. La solitudine è percepita in modo troppo negativo oggi: ci circondiamo di oggetti e strumenti che ci mantengono in contatto costante con gli altri e non sappiamo più ritagliarci momenti per stare soli con noi stessi, quasi temessimo di non poterne più uscire.

Io credo invece che "staccare tutte le nostre connessioni" ogni tanto, serva in realtà a rafforzare le relazioni anziché a distruggerle.
Può sembrare contraddittorio, ma è quello che avviene anche con l'alternanza sonno-veglia: il riposo notturno interrompere momentaneamente il nostro contatto con la realtà perché il cervello ha bisogno di rielaborare le esperienze fatte durante la veglia. Senza non ne risentirebbe solo il nostro corpo ma anche e soprattutto la nostra mente.
E comunque il contatto con la realtà non viene perso né definitivamente né totalmente: la sveglia, un rumore improvviso o anche solo il fatto che il nostro cervello decide che si è riposato abbastanza e torniamo alla nostra realtà.

Certo, la solitudine è più faticosa da gestire del sonno e, a volte, è anche dolorosa. Ma è nel silenzio e nel black out relazionale che abbiamo la possibilità di vedere meglio noi stessi e il rapporto e se ne gioverà il nostro modo di stare con gli altri.

L'importante è saper entrare e uscire da questi stati di solitudine in come nell'alternanza sonno-veglia.

Altrimenti si arriva all'estremo opposto al non saper fare a meno degli altri - il non riuscire a stare con gli altri - che è comunque patologico. Per chi volesse sapere di più su questi due aspetti consiglio il libro Solitudine. L'essere umano e il bisogno dell'altro (Il Saggiatore, 2009) in cui gli autori, il professor John T. Cacioppo e lo scrittore William Patrick, analizzano questo stato emotivo dal punto di vista delle neuroscienze: studiandone la fisiologia a partire dalla considerazione dei molteplici fattori implicati, dalla predisposizione genetica alla percezione cerebrale.

Perché tutti provano almeno una volta un senso di solitudine e, quando è passeggero, lo accettano come parte della condizione umana. Ma l'uomo è un essere sociale, e la solitudine fa soffrire. Letteralmente. Le sensazioni di connessione sociale, così come quelle di separazione sociale, hanno un'enorme influenza sul nostro corpo: una condizione prolungata di solitudine può provocare conseguenze paragonabili alle alterazioni causate da ipertensione, obesità e fumo, e alla conseguente compromissione delle funzioni immunitarie e cardiovascolari.

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