L'arte di curare e guarire
Cosa poteva pensare un bambino dinanzi alla guerra, all'Olocausto? Da sempre la storia ha parlato di una delle vergogne incancellabili dell'umanità come di un dolore vissuto attraverso gli occhi dei grandi. E anche le poche parole dei sopravvissuti erano «adulte».
Ma come hanno potuto vivere la tragedia i bambini? Quali segnali hanno colto i loro occhi, con quali colori hanno dipinto l'angoscia, quanta luce a disposizione hanno avuto per schiarire un'idea e per trasmetterla anche a chi, giustamente, ha aperto un fronte storico di denuncia, ha documentato con filmati e fotografie sequenze, frammenti di dolore legati in un tormento reso ancor più aberrante dall'incomunicabilità?
Un fotogramma, per quanto emblematico, non può fermare un'emozione, non può dare voce a un travaglio troppo complesso per essere interpretato da un click, metallico come una baionetta.
Ecco allora che i colori della memoria, i silenzi del disprezzo, le urla nel gelo della solitudine trovano forma, muovono le labbra dei bambini della Shoah e di tutte le altre guerre grazie al tratto pittorico di straordinaria e incantevole sensibilità di Marta Czok.
Nelle tele dell'artista non compare la violenza perché essa è sottintesa, la crudeltà non è ostentata per non generare rischio di apologie. E sui volti di quei bambini non compaiono lacrime, ma segnali di dolore molto più intensi, carichi di stupore, di rabbia incredula, di immensa umanità.
"Già molti anni fa avevo in progetto di dipingere una serie di lavori sui bambini durante la guerra ma il momento per farlo non è mai sembrato giusto. La maggior parte della mia carriera è stata dedicata a opere che avevano un commento satirico sulla società e, sebbene la guerra e la satira si sposino facilmente, i bambini durante la guerra non possono essere trattati, a mio avviso, con alcuna forma di umorismo. I tempi non erano quindi maturi.
La ricerca fatta per questo gruppo di dipinti non è recente ma la maggior parte delle informazioni che ho trovato era di una portata tale da spezzare il cuore, al punto che mi è stato necessario molto tempo per assorbire e trovare il distacco indispensabile per evitare di trattare questa tematica particolarmente difficile con inutili toni melodrammatici. La rappresentazione di corpi feriti, lacrime e sangue hanno avuto, forse, una certa ragion d'essere prima dell'avvento della macchina fotografica. Da allora c'è stata una tendenza a documentare le guerre con precisione chirurgica e la mia intenzione non era semplicemente di ripetere sulla tela ciò che è già rappresentato, in modo così chiaro e compiuto, dalla fotografia.
Inizialmente, il mio progetto era incentrato sui bambini polacchi - quelli di fede cristiana - che furono deportati a migliaia dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Non solo non fecero mai ritorno a casa, ma la loro memoria si è letteralmente volatilizzata dalla storia. Al di là di qualche piccolo - e inosservato - monumento o targa, qui e là, il destino di questa piccola gente è stato cancellato. È comprensibile che una volta che il mondo è uscito da uno dei suoi periodi più barbari, i superstiti hanno provato a dimenticare tutta la malvagità, per tornare a vivere. Tuttavia, ci sono eventi ai quali almeno un po' della memoria storica andrebbe riservata, e credo che questo sia uno di essi.
Mentre il progetto si sviluppava ho capito che non sarei dovuta essere selettiva - che non potevo limitare il mio interesse ai piccoli polacchi-cristiani e dimenticare i piccoli polacchi-ebrei, così come non potevo fare il contrario. I bambini sono bambini - se sentiamo un neonato piangere al buio non saremo mai in grado di indovinare la sua razza o la sua religione. Le differenze affiorano successivamente, con ciò che è comicamente chiamato "educazione" .
Si dice che dovremmo imparare dalla storia ma l'unica lezione che la storia ci insegna realmente, e a fondo, è che non impariamo niente - così le guerre continuano e le loro vittime principali sono sempre i bambini. Così il mio tema, pur avendo avuto inizio mezzo secolo fa nel mio paese d'origine, comprende tutte le giovani vittime, chiunque siano, dovunque siano e, tristemente, dovunque saranno.
In questo gruppo di 16 dipinti ho voluto raccontare tutta la storia: dall'inizio della guerra e dalle piccole vittime a cui sarebbe stata ciecamente indirizzata, agli esecutori, al loro trattare l'Uomo-bambino come una macchina, con un disprezzo per il suo spirito sì imposto ma anche messo in pratica con entusiasmo, all'umiliazione, alle speranze di salvezza dei bambini e alla loro scomparsa finale.
Dove i bambini sono nudi manca intenzionalmente l'indicazione del sesso poiché questo non aveva assolutamente alcuna influenza sul loro destino. Questa assenza di genere inoltre dà alle figure una caratteristica più spirituale e meno biologica: ho voluto che i bambini diventassero monumentali, in una specie di poesia al non celebrato.
Oltre alla ricerca più formale, mi sono basata anche sulle memorie della mia infanzia per ricordare com'era sentirsi impauriti e soli. Per quanto possa sembrare strano, uno dei miei ricordi più forti è quello della paura per la sicurezza di mia madre, tormentata com'ero che si sarebbe potuta preoccupare per me, mentre allo stesso tempo credevo ciecamente che qualunque problema avessi avuto, indipendentemente dagli ostacoli, sarebbe corsa in mio aiuto. Immagino che molti bambini in tempo di guerra abbiano passato le stesse agonie - basta moltiplicarle per molti e molti milioni di volte.
Con l'infanzia che ho avuto era inevitabile, quindi, che sviluppassi un interesse notevole verso tutti gli aspetti della guerra, delle invasioni, delle deportazioni e delle sparizioni, ma è stato invecchiando che ho avuto una sensazione molto precisa del tempo e della sua brevità. E soltanto con la nascita dei miei figli, la realizzazione della loro fragilità e insieme dell'immutabilità della natura umana e dei capricci della politica mondiale, mi hanno spinto a dipingere opere di natura satirica nello sforzo di contribuire almeno in parte, almeno poco, al cambiamento del modo di pensare. I bambini che ho rappresentato in questi dipinti erano semplici osservatori, che guardavano e imparavano dagli esempi sbagliati.
Questi nuovi dipinti, quelli a cui ho lavorato per così tanto tempo, sono differenti. I bambini qui sono al centro del palcoscenico ed è un palcoscenico messo su da alcune delle menti più imperdonabilmente traviate dei tempi moderni. Queste opere sono una sorta di pro memoria di coloro che hanno perso le loro giovani vite senza mai arrivare in prima pagina. Sono il mio riconoscimento concreto dei miei sfortunati quasi-coetanei e del loro grande, impareggiabile coraggio.
Dopo l'edizione dell'anno passato a Palazzo Ferrajoli a Roma, la mostra torna dunque anche per la Giorno della memoria 2010 in una sede diversa, ma sempre con il patrocinio del Centro di Cultura Ebraica di Roma, dell'UNICEF, dell'Istituto Polacco di Roma, del Comune di Roma, della Provincia di Roma e della Regione Lazio.
Per approfondire i caratteri peculiari di questa artista e le tematiche proposte dalla mostra vi consiglio di leggere i saggi critici La psicologia infantile nelle opere di Marta Czok di Vittorio Mathieu e L'identità negata: arte sul filo della memoria di Cesare Terracina.
Il tema dei bambini prigionieri nei lager lo avevamoaffrontato, inoltre, anche in questo blog, ma dalla parte di chi, come Edith Kramer, con coraggio e lungimiranza, ha cercato di salvarne l'equilibrio psicofisico attraverso l'arte.
I bambini nella guerra e nella Shoah:
l'ineluttabilità dello sguardo infantile
Dal 23 gennaio al 12 febbraio 2010
Museo Civico di Albano
Viale Risorgimento, 3
Albano Laziale (Roma)
web: www.martaczok.com
Orario: lunedì-sabato ore 9 - 13 e mercoledì-giovedì ore 16-18
ingresso libero
info 06.9323490 e 339.4382094
info@museocivicodialbano.it e lavolpeeluva@tele2.it
In catalogo, saggio critico di Cesare Terracina.
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