Neuroscienze e architettura (3): il sogno impossibile della casa su misura

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houses-neighborhood-family.jpgLa voglia di progettare case a misura di proprietario, per quanto lodevole, nasconde ancora parecchie insidie anche per gli architetti più esperti e attenti alle dinamiche psicologiche e mentali dei loro clienti.

Nessuno di noi, infatti, può dirsi padrone assoluto della propria casa. Perfino i singole più accaniti, nell'arredare il loro regno, devono fare parecchie concessioni per rendere il più confortevole possibile il passaggio di eventuali ospiti che avranno la fortuna (o sfortuna) di esservi ammessi, pena la condanna a una solitudine o singlitudine che dir si voglia imposta anziché scelta e per questo difficile da sopportare e portare avanti a lungo. Se poi si tratta di spazi abitati da più persone le cose si complicano ulteriormente perché le preferenze e necessità di ciascuno devono per forza scontrarsi e incontrarsi con quelle degli altri.  
Ecco quindi che la casa perfetta, cucita addosso al proprietario rischia di diventare un arma a doppio taglio che alla fine scontenta tutti.

A smascherare gli effetti paradossali di questa nuova ambiziosa tendenza degli architetti (e dei clienti che a loro si rivolgono pretendendolo ci hanno pensato come anticipato nel post precedente, due giovani cineasti molto accorti.
Si tratta della francese Louise Lemoîne e dell'italianissimo Ila Bêka (al secolo  fa Filippo Clericuzio) che con "Koolhaas House Life", hanno realizzato un autentico capolavoro frutto di una lunga ricerca tra addetti ai lavori e "fruitori" che nelle opere architettoniche vivono e lavorano.

Come un vero documentario il film si occupa di uno dei capolavori più recenti dell'architettura contemporanea - La Casa a Bordeaux progettata nel 1998 da Rem Koolhaas per un disabile -, ma diversamente dagli abituali film sull'architettura, "Koolhaas HouseLife" non vuole spiegare l'edificio, ma permettere allo spettatore di entrare nella sfera invisibile della sua intimità quotidiana. E lo fa attraverso le storie e al quotidiano domestico di Guadalupe Acedo, giunonica custode e governante della casa che ricorda molto la Mrs. Doubtfire interpretata da Robin Williams nell'omonimo film, e delle altre persone che provvedono alla manutenzione dell'edificio. Quelli, insomma, che non sono stati considerati nei piani dell'architetto impegnato a porre al centro di tutto il padrone di casa.

Seguendo Guadalupe che arranca in questo gioiello di architettura "psico-sartoriale" si smascherano i limiti del nuovo approccio. Come ogni casa, infatti, la "Maison à Bordeaux" è un luogo di pluralità, con il suo caos, il suo deterioramento e i suoi cambiamenti. Il lavoro di Bêka e Lemoîne offre quindi un ritratto della reale e mutevole vitalità di un edificio e delle difficoltà per l'uomo di adattarvisi e accettarne la caducità.

L'aspetto più curioso è che all'inizio del loro lavoro anche Bêka e Lemoîne erano alla ricerca dell'uomo al centro del suo spazio costruito come gli architetti e i neuroscienziati moderni (vedi il primo post della serie Neuroscienze e architettura), ma alla fine del film l'unica domanda che sembra di potersi porre è: "che cosa sta chiedendo oggi l'architettura agli esseri umani?"

Ma godetevi due trailers di "Koolhaas House Life" e non perdete tutti i film della serie "Architetture viventi" che Bêka e Lemoîne hanno dedicato all'argomento.


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