Neuroscienze e architettura (2): la psicologia nella costruzione degli spazi privati

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architecture-house-building.jpg La collaborazione tra neuroscienziati e architetti che abbiamo cominciato ad analizzare nel post precedente sta già dando buoni risultati anche sul lato pratico con la realizzazione di edifici pubblici più confortevoli e studiati fin nei minimi dettagli per l'utilizzo che se ne farà.

Oggi, infatti, si sa che per costruire uno spazio su misura per chi vi andrà a vivere si deve considerare proprio tutto: ogni dettaglio può essere importante. Dalla presenza e distribuzione degli spazi verdi circostanti, all'altezza dei soffitti di quello interni; dall'intensità della luce all'alternanza tra luci artificiali e naturali; dalla distribuzione e ampiezza delle stanze alla forma, colore e dimensione degli arredi. Non c'è però una regola fissa: ogni aspetto deve essere calibrato in base alla funzione per cui l'ambiente viene progettato.

L'altezza dei soffitti, ad esempio, è fondamentale. È dimostrato che soffitti alti fanno sentire le persone meno "costrette" e più libere di esprimersi rendendole più creative, mentre soffitti bassi, pur dando un maggior senso di "oppressione", favoriscono l'attenzione ai dettagli e calcoli di tipo statistico. I primi possono quindi andare bene per artisti ma non per i chirurghi che invece lavorerebbero meglio in un ambiente dai soffitti bassi.

La progettazione di uno spazio abitativo non può insomma essere lasciata al caso, ma deve essere studiata nei minimi dettagli anche a seconda di chi vi dovrà abitare e dell'utilizzo ne farà.

Nell'ambito degli spazi privati questo ha portato alla nascita della cosiddetta psicoarchitettura, un nuovo approccio per restituire centralità all'abitante della casa e alle sue emozioni. Spesso infatti l'architetto che non sia anche un bravo psicologo fatica a decodificare i desideri espressi e inconsci della persona che si rivolge a lui.
Nella psicoarchitettura la fase di progettazione è preceduta da un'indagine psicologica svolta da un esperto che aiuta l'architetto a definire le caratteristiche e le esigenze emotive del cliente attraverso test e colloqui mirati.

Un vero lavoro "sartoriale" che cuce una casa addosso al suo proprietario. Tutto perfetto se non fosse che, a meno di non essere un single incallito per cui la casa è il proprio regno inviolabile e guai a chi ci mette piede, nessuno occupa mai un'abitazione da solo.

A smascherare gli effetti paradossali di questo voler fare case a misura di proprietario ci hanno pensato non architetti o psicologi particolarmente lungimiranti ma due giovani cineasti molto accorti.

Quando e come lo vedremo però nel prossimo post.

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