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Famiglia: siamo tutti potenziali stragisti?

Mercoledì 2 Settembre 2009, 12:00 in Scienza e comunicazione di
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Davide Duò, 47 anni, operaio ceramista disoccupato, ha massacrato moglie, figli e un'amica di famiglia in provincia di Reggio Emilia. È solo l'ultimo caso di tragedia consumata tra le mura domestiche di una famiglia "normale" solo in apparenza. E sì, perché l'esperienza insegna che dietro il velo di presunta "normalità" si celano sempre sofferenze più o meno datate e più o meno note non solo ad amici e conoscenti ma anche agli stessi protagonisti.

Quello delle stragi familiari è sempre un grave problema, che in certi momenti dell'anno sembra addirittura acuirsi. Come in estate, o in coincidenza con le feste di Natale e fine anno, quando si accentua anche il senso di solitudine e disperazione di persone particolarmente sensibili, se non addirittura già malate. La depressione, infatti, è la prima se non unica causa a cui ci si rifà per spiegare eventi tragici come questi che altrimenti non troverebbero una logica accettabile per il resto della società.

Tuttavia i conti così non tornano. Secondo gli esperti metà degli italiani ha problemi psichici e nella maggior parte dei casi di tratta di depressione, dovremmo forse concludere che la metà o più di noi potrebbe trasformarsi in un killer e sterminare la sua famiglia?

La risposta è ovviamente no e per fortuna sono gli stessi esperti, o almeno alcuni di essi, a rissicurarci in questo senso.

«Anche Davide Duò era stato seguito per due anni dal servizio di salute mentale per problemi di depressione, - ha spiegato lo psichiatra Giovanni Cassano ai numerosi giornali che lo hanno contattato per un commento sulla vicenda - Il fatto è che è la prevalenza della malattia mentale nella popolazione ad essere molto elevata: per un 50% degli italiani che soffre nella vita di almeno un disturbo psichiatrico, l'altro 50% ha problemi psicopatologici che restano sotto soglia e, pur non sono risultando evidenti clinicamente, esistono. Fatti violenti di questa gravità sono, invece, molto rari».

Come si spiega?

Per Cassano non si spiega. «Lo stesso uomo di Reggio Emilia aveva un buon rapporto con gli operatori che lo seguivano e non aveva mai dato segni di aggressività. In realtà - ammette lo psichiatra - non si sa cosa c'è dietro la depressione e uno dei problemi più grandi è come predire a breve o lungo termine comportamenti del genere. Dove i pazienti sono meno assistiti nel territorio, o dove c'è resistenza al ricovero, si possono verificare anche questi eventi, perché il paziente nei casi più gravi andrebbe ricoverato. Tuttavia, fatti del genere sono sempre esistiti e la loro frequenza non accenna a diminuire nonostante il grande progresso della psichiatria: quando il nostro cervello è gravemente disturbato, il delirio e la perdita di controllo possono liberare comportamenti aggressivi e violenti in maniera ancora imprevedibile anche per gli esperti. Il malato può avere momenti in cui può essere pericoloso, sia che guidi l'auto o un aereo, sia che faccia un mestiere come il poliziotto o il soldato, o il chirurgo».

Sulle conclusioni però anche Cassano non ha dubbi: «Non si può però ricondurre tutto questo alla depressione, sono quadri psicotici complessi che durano molto tempo, non a caso questo paziente era in cura da due anni».

Di ben diverso avviso è, invece, il criminologo Vincenzo Mastronardi che, forte dei dati statistici si sente di poter tracciare addirittura l'identikit dei family mass murder o assassini di massa familiari, come li definiscono i profiler dell'Fbi.
«Bassa tolleranza allo stress, stato depressivo intenso e narcisismo particolarmente accentuato, del tipo ‘a me non la si fa, muoia Sansone con tutti i Filistei» sono infatti le caratteristiche principali che, secondo l'esperto dell'università di Roma ‘La Sapienza' «si rilevano sempre in miscela esplosiva per casi come questo».
«Se sono adulti - aggiunge poi Mastronardi - si suicidano sempre, mentre se sono adolescenti (vedi Erika e Omar) non si suicidano. Per quanto riguarda, invece, le motivazioni scatenanti sono economiche o relative al dissesto affettivo, come ad esempio i figli, dilaniati tra un affetto e l'altro».

Quanto alle armi usate per i massacri familiari figurano ai primi posti quelle da taglio, soprattutto coltelli da cucina. Proprio la cucina è, infatti, il luogo più frequente in cui in genere hanno inizio o si concludono queste mattanze.
«Il possesso di un'arma da fuoco è comunque una tentazione, quindi meno armi in circolazione ci sono meno si offrono gli strumenti in quanto altri tipi di arma non permettono queste stragi».

Sui numeri però anche il criminologo ci va cauto: «In Italia si contano 30 casi l'anno senza alcun aumento o variazione di tendenza dal 1900 ad oggi - spiega infatti Mastronardi, - l'identikit è quindi generico e senza attinenze con le condizioni culturali».

Per l'Eures, invece, "la famiglia fa più morti della mafia" ed è in "netto aumento". «Ogni cento delitti compiuti in Italia - si legge infatti sul quotidiano Il Giorno che nell'articolo di ieri citava appunto l'indagine Eures come fonte - 32 avvengono tra le mura di casa. Nel 2006 gli omicidi in famiglia furono 195 (un morto ogni due giorni) su un totale di 621 mentre l'anno precedente erano stati "solo" 174». Sono però più frequenti al nord (48,2% dei casi) con un triste primato per la Lombardia (30 episodi nel 2006) seguita da Veneto (22), Campania (18), Sicilia (17), e Lazio, Toscana ed Emilia (14 ciascuna).

I 30 casi citati da Mastronardi per Eures sarebbero quindi al massimo quelli della Lombardia e non dell'Italia intera.
Il solito caos all'italiana: la mania di sparare numeri tanto per attirare l'attenzione del pubblico.
Citare dati e statistiche senza circostanziarli, soprattutto quando si ha a che fare con il cervello umano o le sue patologie, è da evitare
. Come ammettono gli esperti di certezze ce ne sono poche e non è possibile individuare chi di sicuro commetterà delitti di una simile portata.

Ci si può appellare appunto alle statistiche, evidenziando quelli che possono essere i possibili fattori di rischio, ma poi si tratta di riportare tutto ai contesti socio-culturali concreti ricordandosi che comunque si ha a che fare con persone, ciascuna delle quali è un caso a sé.
E comunque non si può demonizzare nessuno solo perché sulla base di una statistica potrebbe avere una tra le tante caratteristiche del family mass murder.

Se i depressi fossero tutti potenziali killer gli italiani si sarebbero già sterminati a vicenda parecchio tempo fa e anche in altri Paesi le cose non sarebbero andate diversamente. Quindi se un vostro familiare soffre di depressione o un altro problema psicologico, aiutatelo a curarsi invece di guardarlo con terrore o sospetto come vorrebbero, forse, certi media.

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2 commenti
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05 Ott 2009
alle 17:25

Daniela

E poi stranamente, tra tante patologie psichiche, nominano sempre e solo la depressione. Evidentemente è diventata una moda. Ma io che soffro di depressione non ho mai ucciso nessuno, e non sta scritto da nessuno parte che tra i sintomi della depressione vi sono comportamenti aggressivi, e sono abbastanza stufeta di sentirmi dare della pazza criminale dal giornalista idiota di turno.

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02 Set 2009
alle 23:50

paopasc

Mi piacerebbe scoprire, a questo riguardo, se l'intento delittuoso attraversa come un fulmine un'unica volta la mente dell'omicida oppure se vi staziona già da tempo.

In quest'ultimo caso potrebbe essere possibile far emergere a livello di linguaggio corporeo alcuni sintomi di tale intento.

:)

bye

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