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Scrivere è un mestiere violento

Domenica 23 Agosto 2009, 11:38 in Chi è l'artista?, I pericoli dell'arte, Il senso dell'arte di
MargaretMazzantini.jpg «La mia scrittura nasce intorno a un buco. Io pianto roba intorno, semino pensieri, li raccolgo a ogni angolo di strada. Poi aspetto la grandinata delle parole scritte. Il buco si riempie, per un po'sembra sazio. Poi si svuota in una notte, torna esattamente com'era, una cavità che risucchia energie. Una ferita che non sanguina e nemmeno si chiude, se ne sta lì come una bocca aperta, un inghiottitoio senza fondo.»

Certo che a leggere questa frase mai e poi mai verrebbe in mente di dire che è uscita dalla bocca, anzi, dalla penna di uno scrittore. E invece è proprio così. E non da uno scrittorucolo qualsiasi, con poco talento, frustrato dai troppi "no" e dai molti insuccessi. A scrivere questa frase nel suo ultimo libro, Venuto al mondo (Mondadori, 2008) - entrato tra l'altro nella cinquina di finalisti del prestigioso premio Campiello - è niente meno che Margaret Mazzantini.

Nata a Dublino nel 1961, Mazzantini è figlia di artisti: la madre irlandese era pittrice mentre il padre italiano scrittore. Anche lei del resto inizia il suo percorso di vita con il teatro: dopo il diploma all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico" di Roma, debutta, infatti, in teatro nel 1982 con Ifigenia di Goethe.
Il suo primo romanzo, Il Catino di Zinco, arriva nel 1994 ed è subito Premio Selezione Campiello. L'anno successivo porta in teatro il suo testo Manola, che nel 1998 diventa il suo secondo romanzo.
Con Non ti muovere (Mondadori, 2001) vince il Premio Strega. Seguono il monologo teatrale Zorro (2002) e appunto il romanzo Venuto al mondo, che adesso diventerà un film sotto la regia del marito Sergio Castellitto.
Premi e riconoscimenti evidentemente non bastano: ogni artista vive il rapporto con la propria arte in modo personalissimo e sono gli artisti stessi a riconoscerlo, anche se a Margaret Mazzantini, come a molti altri, "l'arte del vicino sembra sempre un po'più ... verde!"

«Ci sono vocazioni che nascono benevole, cullate da chi le ospita. - scrive, infatti, in Venuto al mondo -Pittori che già da bambini si dilettavano con barattoli di vernice, futuri maestri d'orchestra che appiccicavano il naso alle vetrine di strumenti musicali. E invece ci sono vocazioni negate, schifate... gente che se la dà a gambe, cerca una via di fuga dal marasma che gli corre incontro. Io faccio parte della categoria dei fuggiaschi, di quelli che ne farebbero volentieri a meno. Perché scrivere è un mestiere violento, è una mano che ti afferra la nuca, ti cinghia alla sedia. Non c'è niente di blando, di carezzevole. È una lotta che combatto a mani nude. Non nutro alcuna passione verso i calepini, le penne, i diari del viaggiatore. Quando non scrivo un romanzo - e a quello ci arrivo solo a calci in culo, dopo aver rimandato fino all'impossibile - non scrivo nemmeno una parola, non una cartolina, un messaggio. Nemmeno un sms. Non mi va di scrivere. Di chiudermi in quel pozzo, d'infilare la torcia nella tana del pesce che magari oggi non s'affaccia, come non è uscito ieri.»

C'è da chiedersi perché continui a scrivere se le procura tutta questa sofferenza. I successi e i riconoscimenti, che comunque non sembrano essere per lei poi così determinanti o un motivo valido e sufficiente per continuare una simile lotta, non possono bastare come risposta.
Ma è la stessa scrittrice a venirci incontro. Per lei, come per tanti, tutti gli artisti, la spinta a iniziare e andare avanti viene da dentro: è un'urgenza, un bisogno vitale come respirare. Qualcosa che se ci pensi dici "che noia, sempre uguale, sempre lo stesso respiro, uno spreco di energie". Ma poi se provi a smettere, be', ti senti morire e se insisti nel tuo tentativo di resistere ci muori davvero.
Per Margaret Mazzantini questa urgenza assomiglia a una gran "voglia di raccontare", la stessa che l'ha spinta inizialmente verso il teatro ma che l'ha riportata alla scrittura quando ha cominciato a sentire che non ci si riconosceva più. Lo spiega anche in questo video o ancora meglio in questo, tratti entrambi dalla trasmissione di Rai uno Scrittori per un anno.

«Scrivo solo quello che mi fa venire nostalgia della vita. Il mondo intorno mi racconta una storia, una signorina che traballa, storta, che però mi sembra di poter sostenere, e magari alla fine sarà lei a portarmi sulle spalle. Una buona storia è sempre un buon allenatore. Ti tira dentro, ti gonfia i muscoli, ti fa saltare gli ostacoli, arrivare vivo in fondo alla maratona. La storia è quello che la gente legge, il resto rimane a te. Il pensiero è folle, sbrancato, devi tenerlo per un filo come un aquilone da far volare alto ma senza mai lasciarlo veramente. È l'illusione di staccarti dalla tua stessa ombra, invece fai un giro largo e poi torni. Mettere dritto il caos, infilare una balena nella gabbia di un criceto. La libertà è solo a strappi, una fuga al cardiopalma, il resto è frusta, è imbrigliare il pensiero per renderlo visibile.
E mi chiedo se valga la candela questo sommo esercizio per mitomani asfittici, quest'avventura di tirarsi via dal mondo per raccontare il mondo. Tutti questi nasi infilati nella sconoscenza! Tanto l'enigma intorno al quale si sviluppa il pensiero è fermo alla solita triade di domande basiche: perché siamo nati? Qual è il senso di questo viaggio? Cos'è la morte?

Eppure continuiamo a rimestare nel cesto del giocattolaio, quel pozzo magico che ci riflette e ci tira a sé per il bisogno di raccontarci sempre la stessa favola, per stringerci alla terra con maggiore convinzione. Per me la letteratura è questo abbraccio, una buona badante nei giorni in cui per sopravvivere ti sembra necessario diventare indifferente, poi magari leggi la morte di un pesciolino in un libro e il nodo duro si scioglie, e ti piangi tutto quello che non ti sei mai pianto.
Io al mattino, in realtà, mi affaccio a una finestra e guardo fuori chi passa. Certi giorni non succede niente, la scrittura è ferma, non urla, non trema, non gioisce. Poi di colpo trovi la frana, il risucchio. Arrivi in fondo, ti sembra di toccare qualcosa. Sei come un apneista davanti alla tana. Aspetti il pesce buono, ma il fiato è quello che è. Resisti in apnea e può durare ore di cui non ti accorgi. Solo più tardi senti il ronzio di chi è rimasto troppo tempo in un altro elemento e fatica a tornare a galla.
»

Che questa sia la sua strada, almeno per ora, lo si capisce da come racconta la sua prima volta di scrittrice e la nascita delle sue storie.
«Ricordo il quaderno su cui scrissi le prime righe da scrittrice. Me lo regalò mio marito. Sulla copertina c'era un'immagine colorata, l'esploratore Indiana Jones che agitava in aria un pezzo di corda a cappio. Fu un invito stravagante, da quel giorno cominciò il ballo furibondo della psiche, aprii la gabbia e saltò fuori di tutto, draghi, feticci, misteri. Non ho mai smesso di sentirmi un esploratore. Ogni libro ricomincia l'avventura, il viaggio che l'eroe non vuole compiere eppure gli tocca. Mi fermo sulla soglia, non ci penso nemmeno ad andare. Poi qualcuno mi incita, un mentore qualsiasi, una figura che incrocia la mia strada, un segno. I miei eroi sono quasi sempre dei fessi, umanità che non ci teneva proprio a sfidare il destino. Gente così, che capita di straforo dentro l'avventura, però ce l'aveva scritto sulla nuca dove non poteva leggere e allora ho letto io. Hanno sempre un livido, una piccola magagna. Perché sono le imperfezioni che ci rendono veramente umani.
Mi piace raccontare occasioni sfiorate, ciò che ci manca, la gracilità delle nostre vite che troppo spesso galleggiano senza urgenze vere, coppie solitarie che non somigliano a nulla, solo al desiderio che hanno di esistere.
»

Ma ancora di più dalle parole che riserva per il suo ultimo romanzo, tra i più autobiografici di tutti. «Le prime parole di Venuto al mondo sono: «Il viaggio della speranza». Era mio il viaggio, mia la speranza. Avevo puntato un dito lontano. Sapevo che il viaggio sarebbe stato lungo e accidentato, avevo bisogno di fiducia. Ho cominciato a correre, a cadere e a rialzarmi, in quel campo noto di esaltazione e prostrazione. A ogni salto riuscito, a ogni ostacolo superato, ho spostato la canna più in là, ho allontanato il traguardo.»

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