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L’umor nero di Rothko

Domenica 2 Agosto 2009, 14:58 in Pazienti illustri, Pittura e arti visive, Video di

«Le forme sono sospese in un equilibrio precario, sempre sull'orlo della rottura. La violenza è l'humus dei miei quadri e l'unico equilibrio possibile è quello precario che precede l'istante del disastro. Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un'impressione di pace. In realtà sono una lacerazione. Nascono dalla violenza.»

(Mark Rothko, Scritti. Abscondita, 2002)

Angosciante vero?!
E allora parliamo un po' di Mark Rothko visto che questo mese è ospite anche della rubrica Casi estremi curata dallo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli sulla rivista Mente & Cervello. Nel suo articolo intitolato Le tele nere di Mark Rothko, parla del successo di questo artista, ma soprattutto della sua "fatica di vivere" e della sua arte che "racconta il dramma di un'esistenza difficile e celebra la morte della società".

La fatica di vivere di Rothko deriverebbe da una serie di vissuti drammatici accompagnati da un senso di sconfitta che ne hanno ritmato la vita alternandosi o sovrapponendosi ai successi. La prima ferita, secondo Andreoli, è la morte del padre avvenuta per un cancro del colon quando l'artista era poco più di un bambino e solo pochi anni dopo il trasferimento dalla Russia agli Stati Uniti di tutta la famiglia. Rothko è costretto a vendere giornali agli angoli delle strade per aiutare mamma e fratelli. Ciononostante riesce a studiare e arrivare all'Università.
La seconda grossa ferita che vive come una sconfitta è il divorzio dopo dodici anni di matrimonio con Edith Sachar, una scultrice che applica l'arte plastica per la creazione di gioielli. Questo evento segna per Rothko anche la caduta nella prima vera grave depressione tanto da dover essere ricoverato in clinica. Ne seguirà un periodo di profonda solitudine, nonostante il ritorno nella famiglia d'origine, che vivrà "come un lutto attraversato dalla paura e dal senso di inadeguatezza all'esistenza".
La seconda depressione arriva nel 1948 in seguito alla morte della madre. Nonostante nel frattempo si sia rifatto una famiglia con Mell Beistle con cui avrà due bambini, per mesi non riesce più a dipingere. Da qui in poi sarà tutto un alternarsi di momenti più o meno gravi di depressione.
Iniziano anche i primi gravi problemi fisici. Il 20 aprile del 1968 è colpito da un aneurisma dell'aorta causato da una ipertensione persistente e difficilmente curabile per via di una iniziale cirrosi epatica che non permetteva l'uso di farmaci né l'intervento cardiochirurgico.
Lo sconforto arriva però l'anno, dopo a seguito dal divorzio anche dalla seconda moglie, con cui "continua a mantenere colloqui quotidiani proprio per la sua incapacità di superare questo suo nuovo lutto. È il periodo dei murali di Seagram: la sua difficile situazione esistenziale - spiega Andreoli - è impressa tutta in queste opere".

«Le masse cromatiche, porpora e nero e un rosso simile a sangue rappreso emanano un senso quasi tangibile di sciagura», scrive lo stesso Rothko a proposito dell'ultima versione di uno di questi quadri, che tra parentesi doveva andare ad abbellire le sale del ristorante Four Season ospitato nella Seagram Building di Park Avenue.
Benché le opere gli fossero state commissionate, l'idea che dovessero finire a far da tappezzeria nei pranzi dei ricchi lo inorridiva.
Curioso, se pensiamo che le sue opere sono tra le più quotate nella storia dell'arte contemporanea con cifre che spesso segnano nuovi record. Ma per lui la mercificazione del suo lavoro era un'altra fonte di dolore. "Dal punto di vista umano prima che clinico - scrive infatti Andreoli - non può sfuggire la percezione drammatica dell'esistenza e la fragilità di essere nel mondo: si sentiva destinato a dipingere templi e le sue opere invece erano considerate beni di consumo".

"La purezza dei suoi ultimi dipinti, enormi tele di cinque metri per quattro, coperte di nero, non aveva più la possibilità di un'evoluzione. - aggiunge lo psichiatra - Oltre non era possibile andare con la pittura. E Rothko rispondeva con la percezione della vita che si colorava di nero come le sue grandi tele."
Nell'inverno del 1969 gli viene diagnosticato un enfisema bilaterale e il 25 febbraio dell'anno successivo, alle prime ore del giorno, si suicida nel suo studio.
"Anche lui, alla fine è entrato dentro le sue stesse opere dopo averle completate."

Fin qui è tutto molto condivisibile, ma mi lascia invece un po' perplessa la frase dello psichiatra "Il mondo, in fondo, è un'infinita tela nera di Rothko, di cui ciascuno finisce per far parte". Credo, infatti, che disponibilità a lasciarsi travolgere e infine assorbire dal nero angosciante dei quadri di Rothko dipenda da noi. Se siamo portati ad avere questa visione pessimistica della vita è chiaro che "entrare nel quadro" sia un attimo, viceversa potremmo guardarlo e percepire l'angoscia e il dolore dell'artista che lo ha creato e magari condividerne anche umanamente il peso senza per questo rimanervi anche noi intrappolati.

Nel video qui sotto potete vedere le opere di Rothko in modo più simile a come le vedreste da normali spettatori, ma come noterete, anche senza l'aiuto degli "effetti speciali" cinematografici del primo video, il senso di angoscia che arriva è lo stesso.

Qui sotto, invece, il video realizzato in occasione della mostra "Rothko in Italia" che si è tenuta a Roma nel 2008, oltre quaranta anni dopo l'ultimo passaggio dell'artista nel nostro Paese.

Infine, per chi sa l'inglese, su youtube si trova anche un interessante documentario della BBC diviso in sette parti (prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta, settima).

7
7 commenti
7
04 Ago 2009
alle 20:10

paopasc

vero. E' l'effetto terapeutico dell'atto. Perchè esiste questo effetto? Ho cercato di spiegarne la ragione (una possibile...) nei miei primi post, ma forse a causa della poca chiarezza ha avuto poco (nullo) successo.

In due parole.

Siamo organismi nV (non vegetali) e il movimento, cioè la traslazione del corpo, fa parte dell'imperativo filogenetico. Su  questa scorta ipotizzo che tutto quello che consente il movimento genera piacere (il piacere è dunque agire un comportamento) mentre, dall'altra parte, tutto ciò che lo inibisce genera dispiacere. Non è facile passare dagli atti motori elementari alla teoria della relatività, però si può fare.

Considera che, in fondo, le più alte vette letterarie sono pur sempre composte di ventisei lettere, che, singolarmente prese, significano poco (o meglio, hanno perso parte del loro significato pittografico originario, per acquisirne uno astratto).

Per concludere, Rothko, come Vincent, come tanti altri artisti e scienziati, letteralmente, trovano nell'agire simbolico (proprio del linguaggio che noi usiamo, che io interpreto come un sostituto motorio a tutti gli effetti) un effetto sostitutivo del mancato agire fisico. Per sfortuna loro...e per fortuna nostra.

M'ero dimenticato di aggiungerti ai link interessanti ma ho rimediato. Se dici che ripassi a visitarmi mi vizi ...ma mi fai contento...:)))

un caro saluto

bye

(anche io torno a trovarti...)

6
04 Ago 2009
alle 17:39

Emanuela Zerbinatti

Grazie paopasc. Sapere che il mio tentativo non è solo compreso ma anche apprezzato mi incoraggia ancora di più ad andare avanti su questa strada. Poi mi fa sempre piacere conoscere altre persone e altri blogger da cui trarre sempre spunti nuovi.

Anche il tuo commento mi ha permesso di pensare che in realtà dai quadri di Rothko un certo senso di movimento lo percepisco. A volte è passivo (il quadro il suo colore e la sua angoscia che mi avvolgono) altre volte invece è attivo (sono io che mi sento attratta ad entrare nel quadro). Credo che Rothko, a parte certi momenti, sia riuscito sempre a ritagliarsi isole di attività fino ovviamente al momento del suicidio in cui la depressione gli ha tolto tutto, compresa la forza e la voglia di esprimere se stesso attraverso i colori o la sintesi del nero. Perché saranno immagini angosciose  ma per lui dipingerle doveva pur avere un po' di effetto terapeutico.

Se non altro buttarle fuori ti permette di guardarle con un po' più di distacco, sentirle meno dolorose.

5
04 Ago 2009
alle 11:07

paopasc

forse in realtà è una disperazione statica, una tragedia pietrificata. Questo avrebbe senso se intendiamo che comunque l'atto motorio è una forma di positività verso il mondo, perchè, nonostante tutto, si agisce.

Rothko è, come dire, paralizzato nell'istante della sua depressione. Il non agire è dunque il risultato della perdita (momentanea) degli stimoli: tutto questo si fossilizza in un'immagine ferma, in cui l'aspetto tragico esistenziale non è (come nella tragedia greca) nella nemesi e nel pathos, ma nella constatazione dell'impossibilità (ad agire).

Vorrei farti dei complimenti: il tuo blog lo vedo come un tentativo di (ri)unione tra le due culture: umanistica e scientifica. (A volte i più grandi scienziati sono gli artisti, e per essere un grande scienziato occorre grande creatività)

Cari saluti

Bye

4
03 Ago 2009
alle 23:54

Emanuela Zerbinatti

Perché sento che puoi seguirmi Luis. Comunque grazie a questo piccolo "scambio" di vedute sono riuscita finalmente a capire cosa c'era in realtà dietro la frase "Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un'impressione di pace. In realtà sono una lacerazione."

Quando l'ho letta stentavo a crederlo: come si può non vederlo. E invece si può, solo ora l'ho capito. E solo ora capisco lo sconforto e l'ulteriore dolore che dovevano dare a lui. Forse non era solo la senzazione di non essere stato proprio capito, ma il senso di essere circondato da una società che non sente il dolore dell'altro. Per una persona che si sentiva terribilmente solo avere la prova che avesse chiesto aiuto non sarebbe stato sentito pur in mezzo alla  gente doveva essere un'ulteriore senso di sfacelo e deriva verso cui stava andando il mondo

3
03 Ago 2009
alle 21:33

Luis

Ok ok Emanuela. Mi conduci sempre verso pensieri esistenziali e filosofici profondi, con speculazioni riflessive intelligenti e sensibili. A volte mi piace volare in superfice ed osservare il bello vita.  Le mie considerazioni si riferivano al pensiero di Vittorino Andreoli :"Il mondo, in fondo, è un'infinita tela nera di Rothko, di cui ciascuno finisce per far parte". Empatia va bene, ma con una certa equidistanza per non farsi "inglobare" e travolgere.

2
03 Ago 2009
alle 17:09

Emanuela Zerbinatti

Be' Louis io penso di si. Credo valga la pena cercare gli aspetti positivi della vita.

L'arcobaleno l'ho già visto tante volte e so anche qual'è il principio fisico che lo genera eppure continua a farmi provare lo stesso stupore ogni volta che lo rivedo.

E non disdegno di cercare nemmeno le infinite sfumature che sfuggono al nostro occhio o la sintesi del nero. Perché dovrei privarmi di guardare i quadri di Rothko? Solo perché conosco l'angoscia e so che fa male? Credo valga la pena sperimentare anche l'angoscia attraverso il nero di Rothko, perché da un lato mi permette di esercitare la mia capacità di provare empatia verso il dolore degli altri e dall'altro mi aiuta a elaborare la mia stessa angoscia del vivere. Come dicevo in un altro post: i problemi sembrano meno difficili se le guardi in modo più distaccato. E se posso farlo anche attraverso un quadro perché no?!

Ti dirò una cosa: continuerò a lottare per riuscire a sentirmi ancora capace di stupirmi davanti all'arcobaleno o a provare empatia verso il dolore di un altro perché quando non accadrà più varrà dire che dovrò ammettere di essere depressa o di essere morta. E se nel primo caso potrei almeno cercare una cura, nel secondo invece...

1
03 Ago 2009
alle 12:57

Luis

"Fin qui è tutto molto condivisibile, ma mi lascia invece un po' perplessa la frase dello psichiatra "Il mondo, in fondo, è un'infinita tela nera di Rothko, di cui ciascuno finisce per far parte". Credo, infatti, che disponibilità a lasciarsi travolgere e infine assorbire dal nero angosciante dei quadri di Rothko dipenda da noi. Se siamo portati ad avere questa visione pessimistica della vita è chiaro che "entrare nel quadro" sia un attimo, viceversa potremmo guardarlo e percepire l'angoscia e il dolore dell'artista che lo ha creato e magari condividerne anche umanamente il peso senza per questo rimanervi anche noi intrappolati." Cit. Da E. Zerbinatti

Ok Emanuela. Sono convinto che faccia delle riflessioni importanti. Forse anche il buon Vittorino a volte si fa prendere dallo sconforto esistenziale. Penso che nei colori dell'arcobaleno non si trovi il nero e nella vita ci sono tanti aspetti positivi con infinite sfumature prima di giungere alla sintesi del nero. E' forse il caso di cercarli? 

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