L'arte di curare e guarire
"Hiroshige. Il maestro della natura", è la monografica che la Fondazione Roma, presieduta dal Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele ha fortemente voluto per il proprio spazio espositivo.
Dal 17 marzo al 7 giugno 2009, sarà così possibile vedere da vicino l'imponente lavoro di un artista che ebbe una notevole influenza sulla pittura europea e soprattutto sull'impressionismo e post-impressionismo. Utagawa Hiroshige (1797-1858), per la sua capacità di contemplare ed esprimere la natura nel suo lato più armonico, fu imitato da numerosi artisti del XIX secolo, primo fra tutti Vincent Van Gogh che, come riporta Adnkronos, "si ispirò profondamente alla sua tecnica e alle sue tematiche e riprodusse in modo fedele alcune delle sue opere in quadri famosissimi."
Hiroshige nacque a Edo (Tokyo) nella famiglia di un samurai e la sua produzione artistica annovera diversi generi, tra cui stampe di attori, cortigiane e guerrieri, ma soprattutto immagini della natura: stampe di fiori, uccelli e pesci e, dagli anni Trenta, il paesaggio, in cui introdusse un nuovo stile che lo portò alla fama immediata e a misurarsi con Hokusai.
E proprio Hokusai è citato anche dal Presidente Emanuele. "Dopo l'esposizione ‘Capolavori dalla Città Proibita. Qianlong e la sua corte' del 2008 - dichiara infatti - la Fondazione Roma rivolge ancora una volta il suo sguardo e la sua attenzione al mondo orientale con una mostra dedicata ad un pittore considerato uno dei massimi esponenti dell'arte ukiyoe (immagini del mondo fluttuante) che tra gli inizi del Seicento e la fine dell'Ottocento espresse i gusti e lo stile della società giapponese proto-moderna delle grandi città, delle classi mercantili e imprenditoriali e della borghesia in genere. Una società della quale Hiroshige è indiscusso maestro del paesaggio, e, secondo alcuni, addirittura superiore a Hokusai per il suo particolare approccio religioso alla natura rispecchiante un sottile afflato shintoista".
Nelle cinque sezioni in cui è divisa, la mostra capitolina prodotta e organizzata in collaborazione con
Arthemisia a cura di Gian Carlo Calza, presenta opere provenienti dall'Honolulu Academy of Arts, che vanta una delle più importanti collezioni d'arte asiatica al mondo e ha collaborato con Fondazione Roma per la promozione di questa esposizione.La produzione di Hiroshige è essenzialmente di stampe policrome, il principale veicolo di diffusione dell'arte del "Mondo Fluttuante" con fogli singoli e libri di illustrazioni di cui si stima ne abbia prodotte oltre 4.000, oltre alle immagini per 120 libri. Guarda la Gallery.
Si tratta di un'arte per fruizione diretta, privata, non per esposizione monumentale: nella quiete della visione domestica, infatti, la sua qualità e creatività potevano arrivare a trasmettere il senso della grandiosità delle gole e fiumi fra vertiginose montagne, di gorghi e correnti negli stretti del mare, intere penisole estese sotto la luna. Come nei tre celebri trittici, presenti in mostra, realizzati alla vigilia della scomparsa di Hiroshige a Edo nel 1858 durante un'epidemia di colera.
Sono opere che ancora oggi veicolano il messaggio di una intensa capacità di ascolto religioso che accomuna i sentimenti dell'uomo al respiro del cosmo, avvicinando l'infinitamente piccolo allo sconfinatamente grande.
"Guardare l'arte giapponese significa, letteralmente, perdere la nozione del tempo. - scrive ad esempio Elena Pontiggia su IlGiornale - La Villa Imperiale di Katsura, ad esempio, sembra un'architettura razionalista progettata da Mondrian e invece è stata costruita nel Seicento, quando da noi imperava il barocco. Hokusai sembra un pittore di fine Ottocento e invece aveva una dozzina d'anni meno di David. Quanto a Hiroshige, fa pensare a Van Gogh, a Lautrec e a tanta Art Nouveau, ma era contemporaneo di Delacroix, e poco più giovane del nostro Hayez.
Il fatto è che le intuizioni dell'arte giapponese e le sue conquiste espressive (il valore del vuoto; la pittura come arte del togliere e non dell'aggiungere; la costruzione dell'immagine senza volume e senza peso, quindi senza chiaroscuro e ombre; la stesura antipittoricistica, senza intemperanza di pennellate e tocchi materici, condotta anzi per campiture precise, chiuse da linee nitide; l'uso dei colori chiari, che esaltano la luce) giungono da noi solo alla metà dell'Ottocento, e sono scoperte e diffuse dagli impressionisti, da Van Gogh e dagli artisti a cavallo tra i due secoli. Per questo Hiroshige ci appare come un pittore straordinariamente moderno, anche se nasce all'epoca della Rivoluzione francese."
Per Pontiggia, d'altra parte, il suo maggiore allievo non è stato un giapponese, ma proprio l'olandese Van Gogh. "Lui, che di Hiroshige aveva copiato alcuni capolavori (riprodotti in digitale in mostra) e che era andato in Provenza a cercare «la luce assoluta del Giappone», ne eredita la libertà dalle convenzioni imitative. E, soprattutto, ne eredita la capacità di dipingere non solo la natura, ma anche il suo mistero.
Van Gogh copia infatti il ponte sotto la pioggia (Ohashi. Acquazzone ad Atake), che diventa una meditazione esistenziale, perché quel ponte che si attraversa tra le intemperie è la vita; copia, sempre da Hiroshige, Kameido. Il giardino dei susini, trasformandoli in una metafora della speranza; dipinge Papà Tanguy tra due file di stampe orientali. Ma non è il solo."
E infatti ricorda che "Manet ritrae Zola sullo sfondo di una stampa di Hokusai. Gauguin riprende un'incisione giapponese nella Visione dopo il sermone e dissemina nei suoi quadri citazioni di opere nipponiche. E non sono da meno gli scrittori, come Goncourt che firma nel 1891 la monografia Utamaro. Il pittore delle case verdi; o gli architetti, come Wright che si ispira alla Villa Imperiale di Katsura e dichiara di aver imparato da Hokusai «l'eliminazione del particolare inutile». Insomma, se il Rinascimento è nato nel Quattrocento dal contatto col mondo greco e romano, il rapporto con il Giappone provoca anch'esso una sorta di Rinascimento."
In effetti le immagini dell'artista giapponese risultano molto coinvolgenti. Tuttavia, devo dire che nel confronto tra le opere di Hiroshige e le relative riproduzioni di Van Gogh, scelgo senz'altro Van Gogh e non solo perché il pittore di Amsterdam resta uno dei più affascinanti in assoluto oltreché dei più apprezzati insieme a Caravaggio tra i pazienti illustri che ho già ospitato all'interno di Arte e Salute.
La mia visione del mondo è profondamente condizionata dal modo di pensare occidentale e non potrebbe essere altrimenti, non avendo mai avuto troppe occasioni per confrontarmi con l'altra parte del Pianeta. Il fatto stesso che Hiroshige, pur essendo uno dei più grandi artisti giapponesi, arrivi da noi solo ora, mi fa pensare che forse non sarò nemmeno l'unica ad avere difficoltà ad apprezzare a pieno le opere presenti al Museo Fondazione Roma.
Pensando forse a questa eventualità, gli organizzatori della mostra hanno pensato di colmare almeno in parte il gap culturale. E, infatti, hanno voluto introdurre un percorso per avvicinare le famiglie e i bambini in particolare alla cultura giapponese trasformando la visita in una fantastica esperienza di "viaggio" nel mondo di Hiroshige.
Per tutti i giovani visitatori è, inoltre, a disposizione gratuitamente un "Quaderno di viaggio", da utilizzare durante la visita, sul quale potranno cimentarsi negli ideogrammi della scrittura giapponese e divertirsi a riprodurli.
Infine, sempre pensando ai più giovani e ancora una volta in anteprima a Roma, saranno disponibili audioguide realizzate appositamente per bambini e ragazzi (vedi sezione "eventi" su Arthemisia).
Per tutte le altre informazioni vedere il sito della mostra