L'arte di curare e guarire
Anche sul web c'è stata una mobilitazione generale da parte di chi l'ha conosciuto sia direttamente sia attraverso i suoi articoli. In Blogosfere, che martedì ha seguito i funerali, gli hanno già reso omaggio Blogosfere Sport e Motori, Olimpiadi, Format, Basketcase e Rush hour, ma non potevo non dedicare anche io due parole a un uomo che ho imparato ad amare col tempo.
Tanti anche i nomi illustri dello sport ma non solo che hanno voluto lasciare un ricordo dell'amico giornalista scomparso. Perfino post mortem. Una delle frasi ricordate più spesso in questi giorni, è stata infatti quella che Gianni Agnelli scrisse a conclusione della sua prefazione al libro di Cannavò "
Una vita in rosa". "Non sapremo mai ciò che la medicina ha perso, visto che il giovane Cannavò ha deciso di diventare giornalista, ma sappiamo quanto ci ha guadagnato lo sport e noi con lui."È vero! Non possiamo saperlo con certezza, ma possiamo intuirlo. Doti umane come quelle che aveva Candido Cannavò sono rare e preziose e per un medico, averne, è il valore aggiunto che spesso fa la differenza tra l'essere "un medico" e l'essere "un buon medico".
Forse anni fa avrei detto che sprecare una simile dote per fare il giornalista sarebbe stato uno scempio, un gesto di ingratitudine a chi te l'aveva data. Ma oggi, toccando con mano tutto ciò che ha fatto nella sua vita e della sua vita, penso che il suo insegnamento più grande sia che nessuno può tirarsi indietro: ciascuno di noi nel suo piccolo, può e deve fare del suo meglio per rendere migliore questa società.
La medicina alla fine ha perso tanto quanto ha guadagnato il giornalismo. Ma ad aver vinto più di tutti è sicuramente la società ha ricevuto molto dalla sua esistenza.
Negli ultimi mesi, dopo che ho cominciato a seguire un po' gli eventi sportivi per atleti disabili, mi è capitato spesso di incrociarlo, ma non ho mai avuto il coraggio di parlargli di persona, nemmeno quando mi è stata offerta la possibilità. Troppa la stima che avevo per lui e il desiderio di non deluderlo al primo incontro per azzardarmi. Rimarrà il mio grande rimpianto.
E questa consapevolezza è pure cresciuta in questi giorni, in cui mi sono ritrovata a leggere tutto ciò che è stato scritto di lui. Ho conosciuto altri lati di lui di cui non sapevo nulla, ma che mi sarebbe piaciuto approfondire.
Tuttavia, non posso fare a meno di chiedermi cosa accadrà da qui a un anno, quando il dolore della perdita non sarà più così forte. Le belle parole spese e i buoni propositi per ricordarlo si scioglieranno al sole come neve di primavera? Sapremo far tesoro dei suoi insegnamenti costruendo in suo nome qualcosa di concreto capace di rimanere vivo nel tempo. Una via, una piazza, una statua a lui dedicate sono tutte ottime cose, ma non sono vive, non portano avanti il lavoro che aveva iniziato. Che ne sarà della sua "vita in rosa"?
L'ho ripreso in mano quel libro e c'è un suo pensiero in particolare che vi voglio riportare. Si trova nel capitolo dedicato all'incontro con Paola Fantato, campionessa paralimpica e secondo arciere in carrozzina a partecipare ad una competizione olimpica (Atlanta 1996), dopo la neozelandese Neroli Fairhall che vi partecipò a Los Angeles nel 1984: "... Mettiamo al bando le lagne, le commiserazioni, aboliamo l'aggettivo "sfortunato". Ma da povero normale un diritto lo rivendico: rendere omaggio in questo libro di racconti a gente che affronta la vita con coraggio. E magari di battermi, nel mio piccolo, perché possa salire su un autobus senza chiedere aiuto e avere, giorno dopo giorno, le stesse occasioni degli altri."
Questa frase era la sua risposta all'appunto che gli mosse anni prima il presidente di Aldebaran, un'associazione di ragazzi disabili che lottava per avere un'autonomia di vita, ma soprattutto di un errore che fece a quei tempi. "Far qualcosa per questi giovani arricchiva la mia vita. - scrive Cannavò all'inizio del capitolo - Sostenevo le iniziative del club, ne scrivevo spesso e, appunto scrivendone incorsi in uno scivolone: adoperai per i miei amici l'aggettivo "sfortunati". Il presidente mi disse apertamente che ero caduto in un luogo comune, che non avevo il diritto di adoperare quell'espressione. Cosa potevo saperne io, nella mia normalità, di quali valori, conquiste, desideri, orgogli si nascondono dietro lo status di handicappato?" (ndb, "Una vita in rosa" è stato scritto nel 2002, oggi Cannavò avrebbe usato il termine
più corretto disabile invece di handicappato che è sminuente rispetto alle capacità che ciascuna persona possiede al di là di un eventuale handicap, ma era l'unico esistente allora).Sarà che sono convinta che i grandi uomini si vedono più nella capacità di reagire ai propri errori che alle proprie vittorie, ma in questa frase Cannavò non dimostra solo di essere stato in grado di apprendere da un errore bensì di averne fatto virtù, a tal punto da generalizzare il concetto e porlo come proprio stile di vita. Dal modus operandi del giornalista al modus vivendi dell'uomo.
Per suo preciso volere, Candido Cannavò era un povero normale che rivendicava il diritto di battersi per gli altri. Questo è il Cannavò che voglio ricordare.
Riguardo ai buoni propositi sentiti in questi giorni voglio essere ottimista. Non credo tanto nei nomi illustri, ma Cannavò ha travolto con la sua passione tutti quelli che lo circondavano e secondo me, questa passione l'ha seminata bene. Chi si è lasciato travolgere e saprà coltivare bene i semi ricevuti in dono fino a farli fiorire e diventare frutti, onorerà davvero la sua memoria.
A proposito del suo impegno per le persone con disabilità, in questo stesso capitolo Cannavò scrive che "Il mondo dell'handicap ci racconta delle storie esemplari. La "Gazzetta", grazie anche all'apporto di un giornalista sensibile e appassionato, Claudio Arrigoni, è stata presente dovunque ci fosse un impegno agonistico."
Lo sarà ancora?! Lo spazio che Cannavò aveva ritagliato per i disabili, straordinari o straordinariamente normali che fossero, andrà progressivamente restringendosi o, come sarebbe più giusto se non altro per rispetto, allargandosi?
Gli indizi non sono buoni, ve lo dico con sincerità. Ma questo post è uno spazio dedicato alla memoria di un uomo che ha scritto una pagina importante nella storia del giornalismo e aperto per noi diversi fronti di battaglia per il sociale che adesso abbiamo il "diritto", da poveri normali, di portare avanti.
Mettiamo dunque al bando le lagne, le commiserazioni, aboliamo l'aggettivo "sfortunato", ... ma non stanchiamoci di parlarne, scriverne e soprattutto occuparcene.
Miastenia Gattuso: che cos'è e come si cura
Adele, ha paura del palco: "il pubblico mi terrorizza"
Crociere Costa 2012: offre vacanze da sogno anche ai pazienti in dialisi
Nuove tendenze San Valentino: smack e baci di dama meglio di cioccolatini e fiori.…
Vignetta: i mal di pancia leghisti secondo Castellani
alle 18:52
Claudio Arrigoni
Cara Emanuela, Candido sarebbe contento e imbarazzato di quello che hai scritto. Brava. E sono certo che la sua eredità, morale e professionale, non sarà dispersa.
Claudio