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Un taglio drastico e Buffon diventa il numero uno dei depressi

Venerdì 14 Novembre 2008, 08:56 in Scienza e comunicazione, Sport, scienza e medicina di
Numero 1 si intitola l'autobiografia del "portierone" d'Italia Gigi Buffon, che per la prima volta ha svelato di essere stato vittima di una grave depressione. "Era il 2004. Mi ripetevo ‘Ma cosa me ne frega di essere Buffon, ricco e famoso. Tanto alla gente non importa come sto, ma solo come gioco'. Mi ha salvato una psicologa, ma senza la mia famiglia non ce l'avrei mai fatta".

Buffon.jpgQuando ho sentito questo stralcio di servizio mandato in onda nell'edizione delle 12.25 di StudioAperto, il tg di Italia1, mi è scappata una risata amara. "E sì - ho pensato - tra vip e persone normali anche la depressione è diversa. Da depressa io mi dicevo ‘Ma cosa me ne frega di vivere. Tanto alla gente non importa come sto, ma solo quanto rendo in tutto ciò che faccio'".

Che la depressione grave di Buffon sia diversa dalla depressione grave di un comune mortale, che non è ricco e famoso e non gioca a calcio, ma ogni giorno deve dimostrare di essere bravo in qualunque cosa fa?
Voglio sperare di no, se non altro per tutti i depressi non ricchi e famosi. Il fatto è che un'affermazione come quella fa davvero male a chi ha avuto di questi problemi.
Non ho voluto pensare subito che Buffon fosse così irrispettoso e insensibile da pubblicare
una simile sciocchezza nella sua autobiografia. Spacciare per "grave depressione" il pensiero che "non ti importa di essere ricco e famoso", quando ai veri gravi depressi non importa proprio di vivere. E quindi ho indagato. In effetti la notizia dell'uscita dell'autobiografia di Gigi Buffon in contemporanea con quella decisamente su altri toni di Antonio Cassano è stata data da tutti i principali quotidiani e la frase in questione viene sempre citata, ma non esattamente come l'ha riferita StudioAperto.
Lo stesso sito SportMediaset gli attribuisce la frase "Ma che cosa me ne frega di essere Gigi Buffon? Per la gente sei un idolo, ma nessuno che ti chieda come stai". E anche gli altri quotidiani online o cartacei danno tutti più o meno la stessa versione.

Buffon_libro.jpg Insomma, il dramma vissuto da Buffon come l'ha presentato StudioAperto rischiava di sembrare il capriccio di un bimbo viziato che non può avere ancora più di quel che ha già e osa pure chiamare il suo dispiacere depressione. Ma se leggete l'intervista realizzata dalla Stampa al portierone d'Italia, vi renderete conto che il dolore di Buffon era reale e grave.
Un'esperienza dolorosa attraverso cui tanti stanno passando, raccontata anche per dimostrare che "non importa se sei ricco e famoso, la depressione può colpirti ugualmente", che "non sai quando arriva e perché", che "non sai quando esattamente se ne andrà, ma di certo se ne andrà, se ci si fa aiutare". Dagli amici dai familiari, ma soprattutto dagli esperti, figure che lo stesso Buffon ha dovuto rivalutare. "Pensavo fossero figure che rubassero, tra virgolette ovviamente, soldi agli insicuri. Invece sono persone che servono, perché se ne trovi uno bravo e capace, trovi una figura con la quale non hai paura a confrontarti. Parli di tutto, ti apri, senza il minimo timore: e farlo non è mai facile".

Cari amici di StudioAperto, vabbé che insieme all'autobiografia di Buffon avete presentato quella di Cassano, ricca solo delle sue solite Cassanate, ma la prossima volta occhio a come fate i tagli parlando di un problema serio, altrimenti anche la depressione rischia di diventare una cazzata!

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5 commenti
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22 Nov 2008
alle 10:53

Matteo TDC

Sarà, ma babbo natale è comunque avvisato: voglio cassanate, non buffonate

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15 Nov 2008
alle 10:52

claudio

A Buffon per risollevarlo dalla depressione ci vorrebbe uno come Cassano, assolutamente immune...nonostante abbia ancora da recuperare ancora otto anni "da disgraziato"

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15 Nov 2008
alle 08:26

Guido Tedoldi

Ricordo un'intervista a Sandra Mondaini, che pur avendo alle spalle una lunga carriera come attrice comica era una depressa e per un certo periodo ha fatto la testimonial per un'associazione di sostegno ai depressi gravi. La Mondaini diceva: «A volte la differenza tra lo star bene e lo star male è avere in tasca gli spiccioli per prendere un caffè al bar».

Non sono i miliardi in banca o la difficoltà di un lavoro precario a fare la differenza. La cosa brutta è il vuoto di senso, il buio.

Il caffè al bar della Mondaini si porta dietro un nucleo di significato, ed è lì la differenza tra lo star bene e lo star male.

 

Guido Tedoldi

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14 Nov 2008
alle 21:31

Massimo

@max: mi sembra che il livello sia diverso. Per chi è passato dalla depressione, quella vera come si intende dall'intervista de La Stampa, il problema non è certo legato allo stipendio o alla posizione professionale. Se no confondiamo, come Studio Aperto, una specifica patologia con sensazioni, problemi di vita quotidiana e stati d'animo. 

1
14 Nov 2008
alle 09:36

max

Pensa te che depressione potrebbe colpirlo con 1.000 euro al mese di stipendio? O il dramma se fosse uno dei tanti precari con contratti di pochi mesi?

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