L'arte di curare e guarire
È una realtà sconcertante quella fotografata dagli esperti della SIP (Società italiana di pediatria) nel Congresso nazionale appena conclusosi a Genova (vedi nota a fondo pagina), soprattutto perché viene resa nota in un periodo in cui proprio il doping sembra portare ogni giorno più vicino alla morte dello sport.
Anche non volendo considerare tutti gli atleti squalificati per uso di sostanze illecite in ogni tipo di sport, fino agli estremi del ciclismo, dove l'elevato numero di atleti positivi ha fatto pure pensare di escluderlo dalle prossime olimpiadi per "incompatibilità con lo "spirito sportivo" proprio dell'evento internazionale", non possiamo trascurare il crollo dell'immagine dell'atleta sano e forte a cui stiamo assistendo di cui il doping, se non proprio colpevole certo è perlomeno un forte indiziato.
Accuse tutte da dimostrare certo, perché non è detto che se sei sportivo e ti uccide una leucemia fulminante (Federico Luzzi) centri per forza il doping. Ma imbottire atleti sani di sostanze, fossero anche integratori, senza una provata necessità è comunque una grave colpa che però la dice lunga su cosa si sarebbe disposti a fare pur di vincere.
Non è tanto l'uso di sostanze illecite a dover preoccupare, ma questa tendenza a pompare il corpo costi quello che costi, somministrando sostanze a palate senza conoscere gli effetti del sovradosaggio a breve e lungo termine perché ricordo che ad alte dosi anche l'acqua è tossica e un medico non può non saperlo. Ma anche la tendenza a mandare in campo giocatori non perfettamente in forma se non addirittura malati a rischio della loro vita.
Ci piange il cuore quando il nostro beniamino viene fermato da un controllo medico, perché perdiamo un atleta, ma rimaniamo sconvolti quando un atleta muore sul campo, soprattutto se veniamo a scoprire che tutti sapevano di una sua incompatibilità con la carriera agonistica e nessuno l'ha fermato.
Non dobbiamo fare troppa fatica a scavare nella memoria in cerca di un nome: sono fatti che non si dimenticano facilmente. Morire sul campo... è già assurdo quando accade in guerra, ma per sport... eppure è accaduto e continua ad accadere e poco importa che il campo sia di calcio o di hockey come accaduto a metà ottobre al 19enne russo Alexei Cherepanov la sostanza è la stessa: pur di vincere si gioca con la pelle degli atleti.
Atleti che però si prestano volentieri a questo gioco e lo dimostra proprio il sondaggio sui giovani. In passato un atleta si fidava ciecamente dello staff che lo seguiva, perché non aveva motivi per non farlo. Oggi però l'esperienza dovrebbe farci capire che non ci si può più permettere di assumere qualcosa senza sapere a cosa serve e perché lo dobbiamo assumere noi.
Domandare, cercare anche un secondo parere, assicurarsi sempre che si stia agendo nel rispetto della nostra salute. Questo dovrebbe essere l'imperativo per ogni atleta che ci tenga a vita e carriera. E gli atleti in effetti di domande ne fanno. Peccato che molti domandino l'aiutino e dove non glielo danno i medici della squadra, vanno a cercarselo altrove da "medici" accondiscendenti, da "amici" e colleghi o per vie traverse meno lecite.
È successo e succederà ancora perché i giovani che saranno gli atleti di domani (ammesso che ci arrivino) hanno già nella testa l'idea che per vincere serve il farmaco, perché "tanto tutti li prendono" e comunque "a loro non succederà nulla".
La blogosfera si è occupata spesso di questo tema e recentemente Duccio Fumero, blogger di Rugby1823, aveva lanciato la proposta provocatoria di liberalizzare il doping anziché proibirlo. Lasciamo che facciano quello che vogliono, che giochino "alla pari" come credono loro, che si uccidano con le loro mani.
Una proposta in controtendenza che potrebbe anche funzionare, magari come esempio di psicologia al contrario. Ma potrebbe anche portare a un aumento paradossale del ricorso a sostanze illecite, perché qualcuno che tenta di fare il furbo assumendo un po' più degli altri ci sarà sempre e diventerebbe un gioco al rialzo. A quel punto non riusciremmo più a ricordare gli atleti morti sul campo perché cadrebbero giù come mosche. La razza degli atleti si estinguerebbe e con esso lo sport.
Purtroppo questo sarà il destino anche senza liberalizzazione del doping. Ci arriveremo più lentamente ma ci arriveremo se non si cambierà qualcosa nella mentalità degli atleti già affermati, ma soprattutto dei giovani che un futuro nello sport e nella vita sognano di averlo.
A questo scopo è nata proprio in questi giorni la campagna "Farmaci e sport, uniti e puliti" organizzata dalla Federazione dell'Ordine dei Farmacisti (FOFI) in collaborazione la Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) e il CONI. Tra le tante iniziative voglio segnalarvi la diffusione del decalogo sul corretto uso dei farmaci negli sportivi.
Ragazzi fatevi furbi: da morti nella storia dello sport non ci entrerete comunque.
Nota. L'ultima giornata del summit, che ha riunito nel capoluogo ligure oltre 1.500 specialisti pediatri è stata dedicata proprio al tema "teenager e prevenzione". La sessione "Disagio giovanile e società dei consumi" ha fatto il punto su come si sono trasformati gli adolescenti della Penisola negli ultimi 10 anni. Un confronto condotto sulla base delle indagini annuali su "Abitudini e stili di vita degli adolescenti", che la SIP realizza dal 1997 analizzando un campione nazionale di 1.200 ragazzini di terza media.
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