L'arte di curare e guarire
È stato per molto tempo il dogma degli sportivi, ma anche di tutte quelle persone che nella vita non si accontentavano di partecipare e basta. E oggi? Ci crediamo ancora?
Prima di rispondere a questa domanda bisogna considerare che ci sono due modi per interpretare il motto "No pain, no gain".
Il secondo significato di "No pain, no gain" è più metaforico e applicabile alla vita in generale. Nessun dolore nessun risultato, significa infatti che senza sofferenza, senza fare sacrifici, non si ottiene nulla.
Se vogliamo, questo significato non ha nulla di scorretto: i regali del caso non sono nostre vittorie e solo dove ci impegniamo attivamente per ottenere ciò che vogliamo possiamo alla fine parlare di risultati. Gianfranco Di Mare, nel suo post faceva notare che questa interpretazione ha un'origine culturale lontana, ma soprattutto discutibile. "Il problema sta altrove: sta nel fatto che viviamo in una cultura che da migliaia di anni ci insegna che la felicità non esiste, che "più in alto si salta, più in basso si cade", che "chi s'accontenta gode", che i piaceri del corpo ci distolgono dal vero scopo della vita: santificare e preservare l'anima; che "tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino"; che quando si ha tutto e non si viene mai bacchettati si diviene immorali... Sono certo che chiunque di noi potrebbe continuare con le citazioni per una pagina intera. Il conseguimento di un piacere o di una condizione superiore, soprattutto se dura troppo o se non è bilanciato dal pagamento di un pegno in termini di sofferenza o da un impegno etico, diventa immorale." scrive infatti Di Mare, concludendo che in definitiva "a riflettere in questi termini, si scopre che la nostra cultura ci ha lasciato, nei secoli, ben poche eccezioni e spazi di libertà. Ma anche, e soprattutto, che gli spazi interiori più utili non si conquistano attraverso la lotta e la ricusazione, ma attraverso una progressiva trasfigurazione ed elaborazione che ci mantenga sempre presenti e aderenti, pur nell'evoluzione, a ciò che siamo".
È una conclusione importante, ma gli sportivi di oggi ci stanno dando un esempio concreto che questo è vero o decidendo di spingersi verso la tv e carriere più redditizie con un minor sforzo ci stanno dimostrando che anche "la progressiva trasfigurazione ed elaborazione che ci mantiene sempre presenti e aderenti, pur nell'evoluzione, a ciò che siamo" può prestarsi a mal interpretazioni?
A voi l'ardua sentenza.
PS Su queste stesse tematiche si basa anche il film
"No pain, no gain" di Samuel Turcotte, uno dei pochi prodotti sul mondo del body building.Vi consiglio anche di guardare la serie di vignette da cui l'immagine in alto è tratta: è davvero significativa.
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alle 14:13
moreno
Vero che l'idea della soffferenza come necessità per ottenere traguardi può essere assolutamente fuorviante, non lo è l'impegno serio e persistente altrimenti si molla alla prima difficoltà.
Su chi siamo e sull'anima vale la pena di segnalare il libro "L'Esistenza di Dio è auto-evidente" di MCKS Eifis Editore, e confermare che si può crescere più capendo cosa fare (e non è detto che si debba soffrire, anzi) e farlo, che altro.
Ci sono strade lastricate di felicità, mettendo in conto che si fa anche comunque l'esperienza del dolore e della fatica, ....amare, che bella sensazione.