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Disabili dimenticati o da dimenticare? La morale della favola di Pistorius

Mercoledì 2 Luglio 2008, 11:20 in Salutando Pechino di
Oscar Pistorius.jpgIl nostro è un paese che riesce ad andare contemporaneamente a due velocità e in opposte direzioni: da un lato pronto a facili entusiasmi e grandi slanci emotivi per Pistorius, un ragazzo che nella sfortuna ha potuto comunque trovare e seguire la strada che credeva più giusta per sé, dall'altro sempre troppo lento a capire quali sono le difficoltà e le necessità primarie di chi quella strada non riesce ancora immaginarla.

L'ennesima protesta - gentile, pacata o forse solo rassegnata - viene da Luigi Genovese, padre di una bimba di sette anni lasciata come altri sei disabili di San Giorgio Jonico senza ippoterapia.
"Così. All'improvviso. - spiega Genovese nella lettera inviata a Candido Cannavò, della Gazzetta dello Sport - tra piani di zona, regioni e scusanti varie, sette disabili non possono più usufruire del servizio perché i fondi sono virtuali e perché la regione tarda a erogarli al Comune."
"Forse se ne riparlerà a ottobre" - dice con quel filo di speranza di padre che è sempre l'ultimo a morire. Poi però è lo sconforto a prendere il sopravvento e si chiede: "ma in fondo a chi importa di sette disabili?".

Già, a chi può importare di sette disabili se non importa nemmeno al sindaco di San Giorgio Jonico che è pure medico?
La lettera di Luigi Genovese si intitola "Disabili dimenticati".
Mi sconforta pensare che questo padre parli come chi ne ha vissute di tutti i colori dopo "soli" sette anni di battaglie per cercare di dare il meglio a sua figlia. È quello che vogliono tutti i genitori del mondo, ma per qualcuno è un'utopia riuscire a garantire anche solo l'indispensabile, figuriamoci il meglio! E dico "soli sette anni" perché la strada dei disabili è l'unica al mondo sempre in salita. Cambia l'età, cambiano le esigenze, ma le difficoltà ... quelle no, non cambiano mai: burocrazia, barriere architettoniche, scarsa sensibilità, pregiudizio, ...
E potrei continuare ancora per molto, ma tanto le conosciamo bene, sono sempre quelle e non cambiano mai, perché noi non cambiamo mai.

Le lettere disperate e disperanti come quella di Luigi oggi hanno tutti lo stesso tenore e citano tutte Pistorius. Sembrano addirittura in aumento. Non è, come qualcuno malignamente potrebbe pensare, che i disabili odino o invidino Pistorius perché ha realizzato i suoi sogni contro tutto e tutti.
No! Io credo che queste lettere disperate e disperanti ci stiano chiedendo una sola cosa: perché della favola di Pistorius riusciamo a vedere solo il lieto fine, ma non la morale che ci sta dietro?

E allora proviamo a chiedercelo a chiare lettere: perché non sappiamo leggere l'insegnamento che questo ragazzo stupendo ci sta dando? È perché non ne abbiamo le capacità o perché non vogliamo? Saperlo è importante, perché la soluzione sarebbe assai diversa.

Ma il problema è che più probabilmente sono vere tutte e due.
L'insensibilità di fondo di questa società ci impedisce di prestare attenzione all'altro, qualsiasi altro. Quello che conta siamo noi e i nostri desideri che devono avere la priorità su tutto e tutti. Non importa quante vite si dovranno calpestare nel tentativo di realizzarli realizzandoci Quel che conta è raggiungere l'obiettivo: la magnificazione dell'Io.
D'altra parte non possiamo negare che vedere solo la bella favola di Pistorius ci fa comodo. Pensiamo: "Pistorius è disabile, Pistorius ce l'ha fatta comunque, quindi tutti i disabili ce la fanno comunque".

Hippotheraphy.jpgNon è così! A fronte di un Pistorius che ce la fa, ce ne sono migliaia di altri che non riescono nemmeno ad avere l'ippoterapia. E notate la parola "terapia" in questo termine composto, perché "la terapia coi cavalli" è una necessità che fa parte di un piano terapeutico riabilitativo. Non un gioco o un passatempo per bambini sfortunati a cui piacciono i cavalli.

Forse il problema di Luigi e i sette disabili si risolverà, magari se a ottobre, quando riprenderà, se ne farà carico "Striscia la notizia". Non perché loro siano più bravi o portino i soldi reali da sostituire ai virtuali, ma perché per il desiderio di magnificenza dell'Io di cui parlavo prima, a nessuno piace essere esposto al pubblico ludibrio attraverso la televisione e perciò quando arrivano quelli di "Striscia" gli ingranaggi incancreniti della burocrazia magicamente cominciano a muoversi e i soldi da virtuali ritornano ad essere reali.
"E che caso!" direbbe Greggio. Il problema che per risolvere le migliaia di inghippi chi limitano l'esistenza a malati o disabili bisognerebbe che tutti i palinsesti di tutte le reti d'Italia si riempissero di trasmissioni denuncia di situazioni d'emergenza.

"Emergenza" è anche il termine intorno a cui ruota la risposta di Candido Cannavò a Luigi. "Nonostante i progressi degli ultimi anni, - scrive infatti Cannavò - la disabilità viene vista come un'emergenza che compare e scompare."
"Lontano dagli occhi, lontano dal cuore" si dice. In questo caso però gli occhi sono anche quelli della mente. E infatti, non vedere o sforzarsi di non vedere la disabilità e un modo per sentirci in pace con noi stessi: se non c'è problema non c'è nulla da fare per risolverlo. Facile no?

Salvo poi quando le cose sfuggono al nostro controllo e allora il disabile irrompe nel nostro "campo visivo". L'emergenza appunto.
Anche Pistorius in fondo è un'emergenza: voleva partecipare ai giochi ma la Legge dello sport glielo impediva. Ma Pistorius è anche una novità, un diverso tra i "diversi". E sì, perché per la Legge doveva essere escluso non già perché penalizzato dal suo handicap ma perché "avvantaggiato". Aveva un di più e non una mancanza come nella nostra logica di "normodotati" avrebbe dovuto essere.

Prendiamo il caso dell'altra sudafricana, Natalie Du Toit. Lei è già sicura di partecipare sia alle olimpiadi che alle paraolimpiadi, ma la sua storia non riesce ad appassionarci. Ritengo che se non ci fosse la coincidenza col "caso Pistorius" probabilmente di lei avremmo sentito parlare pochissimo, molto meno di quanto in realtà è successo. Perché Natalie "non ha niente in eccesso": ha la mancanza che le permette di fare comunque quello che fanno gli altri. A me questo già sembra straordinario, ma molti vedono in lei la conferma che i disabili se la cavano bene comunque, anche e soprattutto senza la nostra attenzione o il nostro intervento. Oscar invece "ha superato il normale", è un "di più".

Volete sapere che cosa penso? Credo che il desiderio di tanti di vederlo partecipare ai giochi dei normodotati sia un modo per "riportarlo sulla terra" o se preferite "alla nostra altezza". Perché se il TAS lo fa partecipare, vuol dire che "non ha nulla più di noi", è almeno uguale a noi, e se poi non riuscisse comunque ad ottenere il minimo necessario (una delle sue ultime possibilità l'avrà stasera alla Notturna di Milano), sarà ancora meglio perché allora non avrà nulla di cui preoccuparci e scomparirà di nuovo.

Recentemente ho letto che "oggi avere un amputato in trasmissione o in copertina va di moda". In realtà è avere Pistorius che è "di moda", perché di tutti gli altri atleti paraolimpici si continua a parlare poco o non parlare affatto. Lo dimostra proprio la Notturna di Milano. Si è parlato della presenza di Pistorius, un po' degli altri campioni normodotati e nulla degli atleti del salto in lungo che parteciperanno per la categoria amputati. Perfino il sito ufficiale del meeting nomina la gara dei disabili nel programma della serata, ma non cita nessuno almeno dei dei nostri 4 atleti. I nomi ve li ho fatti io perché me li ha riferiti direttamente il CIP-Lombardia, ma tra tutti i quotidiani che ho letto non è mai stata nominata nemmeno la gara!

Mi rattrista pensare che Oscar Pistorius "sia di moda". A livello mediatico "una gallina dalle uova d'oro". Perché le cose di moda le bruciamo presto e io quando lo guardo vedo un ragazzo straordinario come straordinari sono i nostri atleti che non meritano di "passare di moda" come fossero oggetti di mercato. Arrivare alle olimpiadi non è mica da tutti, che si chiamino olimpiadi o paraolimpiadi. Per esempio lo sapete che due dei 4 atleti Stefano Lippi, Roberto La Barbera, Daniele Bonacini ed Eros Maraioche parteciperanno stasera, Daniele Bonacini e Roberto La Barbera sono ingegneri e che tra un allenamento e l'altro studiano e progettano protesi che possano aiutare i disabili come loro ad avere una vita normale? Daniele ha addirittura brevettato protesi low cost (a basso costo) che si possano permettere nei paesi più poveri come le zone di guerra dove ogni anno migliaia di persone, spesso bambini, devono essere amputate di uno o più arti a causa delle mine anti-uomo.

Cercherò di raccontarvi le storie straordinarie almeno dei nostri atleti, ma ora per ragioni di spazio me fermo qui.

E poi non voglio distrarvi dal messaggio lanciato dalla lettera di Luigi e da tutti quelli come lui che si rivolgono ai giornali per dire "va bene Pistorius, ma non dimenticatevi di noi".

4
4 commenti
4
03 Lug 2008
alle 10:45

Emanuela Zerbinatti

Luis invece sarai lo spunto del prossimo post :)

3
03 Lug 2008
alle 10:44

Emanuela Zerbinatti

Caro Luigi, "sperticatamente grazie" per il tempo che hai passato a darci la tua testimonianza.

Il tema che sollevi è molto interessante: "possibile che noi disabili possiamo essere considerati solo in quanto estremi, nel bene e nel male, di una normalità"?

No, non è giusto. Sarebbe più bello riuscire a vedere lo straordinario dell'ordinario. Ma questo è un problema accomuna disabili e normodotati. Di ogni "categoria" è più facile parlare di quelli che si distinguono dalla massa per una caratteristica, una dote particolare o al contrario un difetto importante. Dei ragazzini a scuola si parla solo quando sono dei geni che bruciano le tappe o quando sono bulli che bruciano le scuole. Dei tanti "semplicemente normali" non si parla, rimangono anonimi, in cerca di identità ovvero "indecisi" se far parte di un eccesso o un altro pur di essere ascoltati.

Dovremmo imparare l'arte dello stupirsi, perché stupirsi di cose eccezzionali in un senso o nell'altro è troppo semplice. Stupirsi perché si è trovato lo straordinario nell'ordinario invece è molto più complesso.

Riguardo a Pistorius è vero che non sono tanto d'accordo col fatto diventare una gallina dalle uova d'ora che dove la metti frutta guadagni. Ma questo è il lato peggiore della vicenda. Purtroppo nella vita ogni tanto c'è bisogno di eroi che ci diano la forza di andare aventi anche quando le cose non vanno benissimo. Una speranza per sentirci meno soli anche tra tanta gente. E allora ben vengano i Pistorius e le Du Toit. Spero che continuino a uscirne in modo che tutti possano avere qualcuno da prendere ad esempio. Non c'è bisogno di arrivare tutti alle olimpiadi, ma a volte anche fare cose normali richiede sforzi da supereroe e se qualcuno col suo esempio ci fa capire che se ce l'ha fatta lui possiamo farlo anche noi, allora tutto ci sembrerà un po' meno difficile e ci solleverà un po' dallo sconforto.

2
03 Lug 2008
alle 10:09

Lutgi Zappa

Chi verga,è un  essere vivente che all'ombra di ciò che ebIbe già modo di dir il grandemente lungimirante Voltaire "Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo"
         non che, volontario Emergency, congenitamente disabile. La tanto chiacchierata ammisione alle Olimpiadi di Oscar Pistorius(dopo una non breve diatrba legaale), atleta sudafricàno diversamente abile      con amputazione bilaterale che si avvale di protesi al carbonio, mi ha      instillato una profonda considerazione.
    Per questo innanzitutto vorrei che mi si chiarisse  un  dubbio. Ho la      sensazione, vissuta , che la "categoria" (e chiedo venia per tale      classificazione) delle persone con disabilità sia alla continua ricerca      di una propria identità, che sembra avere smarrito o voler trasformare.
    Infatti, le vite, le azioni e le vicende di persone con disabilità     narrate e rappresentate dalle TV generaliste e dai media si incentrano      quasi sempre, malauguratamente(se vittime d'episodi di cronaca nera), o      su chi rappresenta una "specificità nella disabilità", come a dimostrare      la propria "eccezionalità" nella disabilità stessa.
    La continua e sola rappresentazione di limiti estremi ad opera di     sportivi disabili, di specificità di artisti disabili e altro ancora -      sempre all'insegna dell'altisonante - da una parte, certo, mi confortano      e mi suscitano grande e profonda ammirazione per tutte le capacità che      queste persone riescono a mettere in gioco.
    E tuttavia vorrei far notare, nella grande rappresentazione di questa      nostra realtà sociale, che la persona con disabilità non deve mostrare      le proprie incapacità per avvalorare ed esaltare le capacità      eventualmente raggiunte. Senza voler sottacere o nascondere alcunché, mi      sembra infatti che sia dignitoso mostrare la persona con disabilità in      tutto il suo essere umano, prescindendo dall'estremizzazione del suo      carattere e dei suoi limiti.
    Che l'"handicap", ossia "l'ineguaglianza delle prestazioni" derivante da      menomazioni o patologie a carico di una persona, sia in realtà      commisurato fortunatamente non più e non solo alla valenza di questa      menomazione o disturbo, bensì al fatto che la persona viva, operi e      lavori in un ambiente sfavorevole o favorevole, è cosa ormai assodata      per la quale si può concludere che la disabilità è una determinata      condizione  in un ambiente sfavorevole.
    Oltre a ciò è generalmente acclarato anche che la non ricchezza e     l'handicap creano una sorta di circolo vizioso, tanto che se la povertà      è causa di patologie, vale anche il suo opposto. Per le persone che      vivono con un handicap, la semipovertà causa insomma una forma      secondaria di handicap, legata alle condizioni di vita precaria, agli      impedimenti sociali (non solo architettonici), all'accesso  alla salute.
    Gli individui con disabilità - come esseri umani e perché esseri umani -      hanno diritti primari che non è lo Stato a dover attribuire; diritti      naturali che proprio perché tali, sottendono prerogative umane      insopprimibili che lo Stato deve solo riconoscere. Sono quei diritti che      nascono con l'uomo e con lui muoiono, costituendo la garanzia vitale dei      beni insostituibili e inalienabili della vita, dell'integrità fisica e      psichica, dell'uguaglianza e della libertà, della vita stessa.
    Ebbene, in tale contesto la società mostra un'attenzione molto parziale      nei confronti di tutti noi persone con "normale disabilità" e      soprattutto impotenti o incapaci, forse, a valorizzare, o direi più      precisamente, a mostrare, le nostre non-normalità.
    Noi disabili,non di rado circondati da leggi che sembrano di specificità      e correttezza impareggiabile, ma che al momento della loro applicazione,      divengono strumenti quasi devastanti della nostra dignità di vita.
    Noi diversamente abili, che se non avessimo l'affetto, la vicinanza,     l'amore dei nostri familiari e di quelli che con abnegazione si     impegnano con noi(e che io ho il privilegio di saperli amici veri!) ,      certo non sarebbe lo Stato a permetterci di condurre una vita che     potesse soltanto definirsi tale.
    E tornando a quanto si diceva all'inizio, è categoricamente pleonastico      affermar che
    in realtà tutti hanno in sé delle potenzialità che possono evolversi o      essere sviluppate a prescindere dalle proprie condizioni psicofisiche.      Anche il mondo della "normalità" è pieno di individui con una spiccata      ed emergente sensibilità nell'arte, nella cultura, nello sport e      quant'altro. Questo però non significa che la "normalità" sia costituita      da tali eccezionalità, altrimenti vorrebbe dire banalizzare la normalità      stessa.
    Ora, credo che nel mondo della disabilità debba essere applicato lo     stesso concetto in maniera più profonda e responsabile. Siamo individui      che alle quotidiane difficoltà della vita devono aggiunger quella  di un      corpo  non al top,e di barriere create (non sempre volontariamente)      dalla società. È proprio questa, paradossalmente, la "normalità della      disabilità".
    Mi piacerebbe molto non vedere più la "diversità nella diversità".     Vorrei vedere, sentire, vivere il "disabile normale", non discriminato.
    La persona che non sempre può frequentare la scuola, che difficilmente      lavorare, che a volte non può uscire per le eterogenee barriere: questo      è il "normale disabile". E tutto l'amore, e l'attaccamento per la nostra      vita deve quotidianamente fare i conti con gli sguardi curiosi degli      altri,il dover certificare(nel senso letterale del vocabolo!) per poter veder      riconosciuti e tutelati i propri diritti.
    Sperticatamente grazie per il tempo dedicatomi,cordiali saluti

    luigi  zappa

1
02 Lug 2008
alle 22:41

Luis

"E allora proviamo a chiedercelo a chiare lettere: perché non sappiamo leggere l'insegnamento che questo ragazzo stupendo ci sta dando? È perché non ne abbiamo le capacità o perché non vogliamo? Saperlo è importante, perché la soluzione sarebbe assai diversa." cit. da E. Zerbinatti

Un sincero grazie a tutti i ragazzi che come Pistorius riescono a portare avanti ogni giorno la loro "grande e commovente" battaglia per realizzare i loro sogni. L'esempio che trasmettono  serve a molti altri disabili per reagire e vivere con motivazioni ed entusiasmo rinnovati. Penso che molti normodotati possano imparare "la lezione di vita" e di coraggio.  Luis

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