Un Crash tra senso di impotenza e ricerca di sensazioni forti

Scritto da: -

Auto Lady Diana.jpgNon c'è nulla da fare: che la si odi o la si ami, l'automobile è ormai per tutti un mezzo indispensabile. È l'icona più potente della modernità, uno degli elementi fondamentali che hanno inciso tanto sull'urbanistica e l'architettura delle città quanto sul cambiamento di costumi, stili di vita, comportamenti e rapporti dei loro abitanti. Il futurismo, mito avanguardista del ‘900, non a caso ne aveva fatto un mito e ancora oggi rappresenta il simbolo di passaggio veloce verso un futuro sempre più avanzato, verso una tecnologia sempre più perfetta.

L'automobile ha cambiato il nostro modo di percepire il tempo e le distanze, ha ampliato i nostri orizzonti, insomma, ci ha fatto diventare auto-mobili. La consideriamo quindi più una protesi del corpo che ci dà potenza e velocità e se ce la tolgono ci sentiamo mutilati.
Dalla mitologia ai centauri di oggi. L'identificazione dell'uomo con un mezzo di trasporto non è un fenomeno nuovo: la mitologia, per dare corpo alle fantasie collettive quando l'auto non era nemmeno ipotizzabile, aveva creato la figura del centauro, un essere con il busto umano su un corpo da cavallo. Questo animale era l'unico mezzo di trasporto ma standoci sopra se ne potevano acquisire quelle stesse doti di velocità e potenza che ora attribuiamo all'auto. Perché c'è in fondo la consapevolezza che queste qualità non ci appartengono mai completamente, ma pensiamo di poterle comandare (come una protesi) e questo ci dà potere, fino all'illusione di onnipotenza che fa sentire chi guida capace di superare ogni ostacolo. Tutto ciò ci riporta alla triste realtà delle stragi sulle strade, dovute quasi sempre alla velocità eccessiva.

"Sono state fatte diverse ipotesi per spiegare questo fenomeno. - mi ha spiegato Francesco Albanese, psicologo e presidente di PsicoLAB e autore di numerosi articoli sulla psicologia del traffico - Tuttavia rifacendosi a Freud e alla psicoanalisi, la scelta di spingersi al limite di velocità consentito dal mezzo, potrebbe essere interpretata col "modello del deficit", in cui l'auto per alcuni diventa strumento di compensazione, utilizzato per colmare tratti personali deficitari ostentando potenza, forza e appunto la propria "fallicità". In realtà questi individui dimostrano l'esatto contrario, perché chi è realmente forte non ha bisogno di dimostrarlo. Loro invece hanno la necessità di dimostrare una forza che è inversamente proporzionale alla forza effettivamente posseduta così scelgono auto altamente performanti o adottano un comportamento da "coraggioso" non solo affrontando i pericoli che gli si presentano davanti ma, all'estremo, ricercandoli di proposito e agendo la propria aggressività attraverso la ricerca di una continua sfida. Sfrecciando ad alta velocità, infatti, è come se sfidasse tutto e tutti: la Legge, la fisica e, ponendo a rischio la propria vita e quella di altri guidatori, anche la morte". Il potente centauro era infatti violento e arrogante così come potente era pure Marte, Dio guerriero. "In effetti, in auto ci si sente in assetto da guerra molto più che a cavallo o in moto. All'interno dell'auto estendiamo fino alla carrozzeria il nostro spazio vitale, cioè quella distanza che normalmente facciamo superare solo alle persone più intime, ma nell'abitacolo ci sentiamo protetti, nascosti alla vista dell'altro dalle luci, dai riflessi del parabrezza e dalla distanza fisica come se fossimo in un carroarmato. Lo stesso desiderio di auto potenti che rombino come tuoni richiama lo spirito del guerriero: potrebbe mai fare paura un esercito che scandendo il passo di marcia non emettesse alcun suono? Il rovescio della medaglia è che nemmeno l'altro è mai completamente visibile e quindi identificabile come persona degna di rispetto o pietà".

Giovani vite al limite. Nei giovani la guida spericolata sembra invece essere considerata più una ricerca di sensazione estreme. "Secondo il modello teorico del sensation seeking - ha detto ancora Albanese - alcune persone sentono la necessità di forti sensazioni per sentirsi vivi, come quelle che prova chi si lancia da un ponte legato ad un elastico o fa un giro sulle montagne russe. C'è in parte una spiegazione neurobiologica in tutto ciò: l'alta velocità a cui il conducente porta la propria autovettura e una certa consapevolezza del forte rischio a cui si va incontro, provocano all'interno dell'organismo una cascata di modificazioni fisiologiche ed ormonali, come l'innalzamento dei livelli di adrenalina, le quali generano una iperattività del sistema nervoso e conferiscono alla persona una sorta di euforia artificiale che per alcuni può risultare appagante".

Crash.jpgDal cinema ai "fears appeal". È quello che accade ai protagonisti di Crash, film pluripremiato di David Cronenberg tratto dall'omonimo romanzo di James Ballard. Qui l'appagamento cercato correndo come pazzi e provocando incidenti è sessuale e infatti il film come il libro è stato molto contestato, in alcuni Paesi anche vietato, ma quella che i due autori hanno a loro modo voluto proporre era proprio la contaminazione tra uomo e macchina nella metafora dell'auto come protesi del corpo, come fusione tra metallo e carne, in una realtà in cui le persone, per cercare di uscire da una sorta di appiattimento affettivo hanno bisogno dell'evento artificiale: l'automobile, l'incidente, le cicatrici. Le scene di sesso tra esseri umani sono fredde e meccaniche, non c'è scambio di sguardi e soprattutto non riescono mai ad essere appaganti. L'unico modo per vivere delle emozioni e provare piacere è riunirsi a guardare video di incidenti o riprodurli in prima persona.

I protagonisti di Crash possono anche scandalizzare per il loro livello di perversione, ma che gli incidenti stradali suscitino un certo fascino anche in persone apparentemente normali è un dato di fatto. Gli ingorghi che si formano nei pressi di un sinistro sono dovuti più ai curiosi che rallentano o si fermano per guardare che a un reale ostacolo al transito. E questo se le persone coinvolte sono dei perfetti sconosciuti, ma se sono dei personaggi famosi scatta subito la corsa per accaparrarsi l'immagine o il cimelio macabro da far fruttare economicamente. Senza dover risalire all'incidente mortale di James Dean che più di ogni altra sua impresa lo ha lanciato nel mito, scopriamo per esempio che Jean François Musa, titolare dell'agenzia "Etoile limousines" per il noleggio di auto di lusso, sia passato alle vie legali per rientrare in possesso della Mercedes in cui il 31 agosto 1997 perse la vita Lady Diana (immagine in alto). Quest'auto completamente distrutta vale la bellezza di un milione e mezzo di euro e, tanto per accelerarne la restituzione, avrebbe anche chiesto a Scotland Yard, che a più di dieci anni di distanza sta ancora indagando sul caso, un cospicuo interesse come "risarcimento per l'irragionevole ritardo". Per non parlare del valore delle foto scattate pochi istanti dopo il fatto alla principessa morente che ciclicamente qualcuno cerca di pubblicare.

Crash, sia romanzo che film, è stato accusato di istigare alla guida pericolosa, ma Cronenberg alle domande sul senso del suo lavoro ha sempre risposto ironicamente "allacciarsi le cinture di sicurezza e guidare con prudenza". Sarà stata anche una battuta, ma nei Paesi in cui la mortalità sulle strade è particolarmente alta, le campagne di sensibilizzazione utilizzano spesso immagini e messaggi schietti sulle conseguenze di un incidente, detti appunto "fears appeal" (appelli alla paura). Tuttavia l'efficacia di questo tipo di comunicazione è ancora controverso nonostante la mole di studi condotti in oltre mezzo secolo. Secondo alcuni infatti ci sarebbe una correlazione diretta tra grado di paura suscitata ed efficacia, in altre parole più è intimidatorio maggiore sarà il cambiamento comportamentale provocato nei destinatari. Altri studi hanno invece osservato che minore è il livello di paura maggiore la probabilità di indurre un cambiamento (correlazione inversa). Secondo i ricercatori ci sarebbe una sorta di "effetto boomerang" che porterebbe ad evitare un messaggio troppo forte, oltre al fatto che può distrarre dal reale significato sottostante ed esporre alle stesse immagini violente che si pensa possano portare ad assuefazione e comportamenti devianti soprattutto i più giovani. Molto probabilmente la verità sta nel mezzo, nel senso che messaggi troppo forti o troppo deboli potrebbero ugualmente risultare inefficaci, ma è anche possibile che al di là del livello di paura suscitato si debbano tenere in considerazione anche altri fattori.
 
"Nessun modello teorico può essere considerato portatore di verità assoluta. - mi ha spiegato infine Albanese  - E così anche il modello del deficit, o quello del sensation seeking sono solo chiavi di lettura diverse per i vari stili di guida senza alcuna pretesa di fornire soluzioni". Ciò non toglie che il modo in cui guidiamo è una sorta di specchio psicologico che evidenzia non solo scelte, abitudini, gusti, ma anche aspetti segreti, repressi o mascherati della nostra personalità".

Ben vengano quindi lo studio della psicologia del traffico e le pubblicità contro le stragi  della strada, purché i "fears appeal" siano usati con cognizione di causa. 

Vota l'articolo:
Nessun voto. Potresti essere tu il primo!  
 
 

© 2004-2014 Blogo.it, alcuni diritti riservati sotto licenza Creative Commons.
Per informazioni pubblicitarie e progetti speciali su Blogo.it contattare la concessionaria esclusiva Populis Engage.

Arteesalute.blogosfere.it fa parte del canale Blogo News di Blogo.it Srl socio unico - P. IVA 04699900967 - Sede legale: Via Pordenone 8 20132 Milano