L'arte di curare e guarire
Ma non è lo stesso, Gianluca, e per fortuna non è andata come volevi allora. Il salto che squarcia una giornata estiva come fosse un fulmine che si abbatte al suolo, lasciando di sasso i familiari e gli amici lontano a giocarsi la partita della vita. O almeno era quello che tutti credevano, perché da allora "la partita più importante" è diventata la tua.
Dunque un libro-confessione (edito da Rizzoli) per spiegare, ma soprattutto per capire come può un ragazzo pacato e sempre conciliante, educato e comprensivo ma anche freddo e ipercontrollato quasi fosse un "piccolo soldatino", diventare l'uomo senza più controllo di sé, di cui nessuno riesce anche solo ad intuire il profondo disagio. Ma tu non amavi parlare di te, eri orgoglioso e il dolore lo cacciavi nel fondo, là dove nessuno poteva vederlo. Forse speravi che così non lo avresti visto nemmeno tu, eppure il dolore c'era e la solitudine l'amplificava.
"Quando si abbassava il sipario e rimanevo da solo con i miei pensieri, l'inquietudine più nera mi assaliva. Ero preda di un'altalena emotiva che mi faceva perdere il contatto con la realtà, fino a sfociare in uno stato di progressiva allucinazione ... mi capitava di vedere cose che non c'erano: esistevano in quel mondo fittizio che la mia frenetica immaginazione aveva creato. La mia mente era diventata la brutta bestia da combattere."
Chissà quante volte, prima e dopo quel salto, ti sei chiesto dove tutto poteva essersi rotto, quasi che a saperlo, avresti potuto tornare indietro e rimediare prima ancora che tutto precipitasse. Allora i salti li facevi nel tempo, avanti e indietro nella memoria in cerca di risposte. E all'improvviso non ce l'hai fatta più e il salto lo hai fatto nel nulla.
Inizia da lì la tua confessione, da quel 27 giugno 2006 che ha segnato tragicamente la tua vita e un po' anche la nostra. Mentre tu, in coma, lottavi tra la vita e la morte, tutti facevano il tifo per te, ma tu non lo sapevi e quando ti sei svegliato non sapevi nemmeno perché eri lì, costretto a combattere per riappropriati del tuo stesso corpo. E allora prosegui il tuo racconto su un doppio binario: tu che lotti nel qui e ora da riconquistare e tu che ricominci a saltare in un continuo flashback alla tua vita d'atleta. A quando correvi da difensore esterno insieme ai compagni di squadra e già ti chiamavano "il professore" per quell'aria nobile, gli occhiali da intellettuale e il libro di Dostoevskij nel cassetto. Ma poi "professore" ti devi essere sentito davvero, quando in giacca e cravatta hai accettato - forse non convinto - di ricoprire un ruolo manageriale per quegli stessi colori. Come giocare in un ruolo non tuo, un lavoro da reinventarsi dopo la fine di una carriera brillante sempre dietro a un pallone, ma soprattutto cacciando sempre più giù il dolore per non sentirlo e non starci male.
Ancora salti nel passato dunque, ma stavolta è diverso. Non ti senti più solo. Adesso che sei lì in ospedale senti l'amore dei tuoi genitori, di tua moglie, delle tue bambine che disegnano per te immagini commuoventi di vita in famiglia, degli amici calciatori, dei tifosi che vegliano fuori dall'ospedale e scrivono a te e a chiunque possa raccogliere il loro grido di incitamento per te, dei medici che ti centellinano le emozioni come fossero medicine anche quelle, per paura che tu possa non essere ancora pronto a tollerarle. E forse hanno ragione se la vista dei compagni con la Coppa del mondo appena vinta ti fa scoppiare un febbrone tremendo.
Era quello il motivo? I tuoi compagni là a difendere i colori della nazionale senza di te? O era forse il dubbio insinuato da altri che tutte le tue vittorie con quella "squadra ladrona" fossero solo fandonie? Magari è stato tutto l'insieme o magari non lo sai ancora cosa è successo esattamente quella mattina e perché sei salito fino all'ultimo piano di quella che doveva essere un po' la tua casa. Ce lo racconti quasi alla fine del tuo percorso cosa ricordi di quel momento:
"Ero in uno stato di trance. Qualcosa mi ha condotto fino lassù. Avevo con me un rosario, ho preso dalle tasche il telefonino cellulare, le chiavi della macchina e il computer palmare e ho sistemato il tutto con molta cura sul davanzale, davanti all'abbaino. Non mi ero mai sentito così. Vuoto".
Ma non ce la lasci come conclusione. Il tuo è un libro per tappe (il risveglio dal coma, i tracolli e il lento recupero fisico) che vanno nella direzione della rinascita, con l'entusiasmo ritrovato giorno dopo giorno e la guarigione dall'incubo.
"Ho fatto qualcosa che non avrei mai immaginato e che ho voluto ricostruire in ogni dettaglio."
E allora il tuo viaggio catartico diventa un po' la nostra speranza che anche nei momenti più bui ci sia sempre quella luce in fondo al tunnel da tornare a vedere a patto di smetterla di combattere il dolore nascondendolo agli altri. A noi stessi.
E allora grazie "Pessottino" per averci raccontato "la (tua) partita più importante" in questo libro che per te è stato anche un percorso terapeutico e per tutti quelli che ora si trovano ad affrontare quel tuo stesso dolore diventerà, io spero, una guida di speranza.
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alle 15:48
luis
Grande Pessotino. Pensa che 15 giorni prima della drammatica disavventura era stato tutto il pomeriggio con noi per le fasi finali dell'attività calcistica dell'Associazione torinese "Ingenio". E' veramente una persona squisita sotto tutti gli aspetti e i ragazzi disabili l'hanno molto apprezzato.
Luis