La psicosi fa bene all'arte ma non agli artisti?

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beautifulmind7021511ry9.jpgGenio e sregolatezza. Un detto che fa capire quanto è forte nell'uomo l'idea che estro creativo e follia vadano a braccetto. Dire però che la "psicosi sia amica del genio", o che sia "un bene per l'arte, ma non per l'artista" come è stato fatto al congresso "Psicosi. Riconoscerla e affrontarla", tenutosi a Milano questa settimana, mi sembra la banalizzazione di un discorso fin troppo complesso. Come sto cercando di dimostrare in questo blog non c'è una regola precisa che leghi univocamente malattia e produzione artistica e non è mia intenzione trovarne una. Considero l'arte una meravigliosa via espressiva che può dar voce e parole a chi non ne ha più, ma senza dimenticare che, come la malattia può diventare un ostacolo per qualsiasi altra forma comunicativa, può diventare un limite per la stessa comunicazione artistica. Ma veniamo al congresso organizzato da AstraZeneca. Alberto Siracusano, professore di Psichiatria dell'Università di Roma Tor Vergata, analizzando il binomio psicosi-arte cita i casi dei "soliti noti", quei grandi della scienza, della letteratura e della pittura affetti da una patologia psicotica come il matematico John Nash, la scrittrice Virginia Woolf, i pittori Edvard Munch e l’immancabile Vincent Van Gogh, ammonendoci però che il felice connubio di questi casi "non deve trarre in inganno, portandoci a pensare che psicosi sia uguale a creatività”. E meno male! Pensare che il progresso dell’umanità da ché ha messo piede sulla terra si sia retto sulla follia mi spaventerebbe, perché se, parafrasando Dante, è la follia che "move il Sole e l’altre stelle" vorrebbe dire che dovremmo continuare a lasciarglielo fare, smettendo di curare i malati.
L’esperto aggiunge però che “sicuramente queste patologie non precludono all'espressione di un talento artistico. Anche se, nel corso dei secoli, esistono “mescole” rivelatesi felici per l'arte, meno per l'artista". Il problema è che la psicosi non è mai un bene per chi ne soffre indipendentemente da ciò che fa nella vita.
Con Paolo Fabbri, docente di Semiotica delle arti all'Università IUAV di Venezia il discorso si incentra invece sulla pittura. Fabbri specifica infatti che "è nella pittura in particolare che si riscontrano gli esempi di artisti, anche sofferenti di psicosi, capaci di lasciare un segno tangibile e di grande valore artistico, oltreché umano, rappresentando emozioni ed eventi della nostra storia sulla tela. Anzi, sembra quasi che la pittura sia favorita da questo punto di vista rispetto alle altre arti trattandosi di un mezzo che è espressione profonda della personalità. Il modo di dipingere riflette infatti non solo gli stati d'animo del momento, ma anche la condizione globale in cui si trova l'artista". Per questo Fabbri ama parlare di una “clinica estetica”, che in alcuni casi può sostituire la “critica estetica” e aiutare nella comprensione di un'opera.
Il problema è proprio in quell’anche iniziale: non tutti i creativi hanno avuto bisogno di essere o diventare folli per lasciare “segni tangibili della loro presenza”, né tutti i folli sono stati capaci di grandi slanci creativi, anzi, se vogliamo per certi malati la rigidità del pensiero che sta alla base di una buona parte dei sintomi è in netto contrasto con la definizione di pensiero creativo, che invece è estremamente elastico, capace di vedere le cose da punti di vista inusuali e impensabili per la maggior parte degli uomini. Guardando la produzione artistica di pazienti psicotici, a volte può capitare di trovare opere veramente geniali, ma parlandone con un’arteterapeuta ho scoperto che spesso si tratta di exploit destinati a rimanere isolati nella vita di un paziente. Che sia stata un’intuizione geniale frutto del caso o una dote che pur presente non riuscisse a trovare una via d’uscita definitiva non è dato saperlo. Vero è che l’intuizione geniale non basta da sé. Bisogna anche darsi un metodo, avere padronanza del gesto creativo, contenere l’impulso quel tanto che basta per muoversi verso un fine ultimo veramente produttivo. Tutte cose che spesso sono difficili quando i pensieri corrono veloci, senza controllo e senza una meta precisa come nei malati mentali. Credo che sia lo stesso motivo per cui ci sono più pittori con segni di disagio mentale. A parte il discorso di percentuali relative, per cui potrebbero esserci semplicemente molti più pittori che, ad esempio, scultori, perché è più facile seguire il proprio impulso creativo prendendo tela e pennello che non trovandosi un blocco di pietra da scolpire. Ma poi è proprio la necessità di una padronanza del gesto espressivo ad essere diversa. La pittura permettere una maggiore istintività, e il suo linguaggio tra tutte le arti è il più universale. Come la musica se vogliamo, ma questa, insieme alla scrittura, presuppone comunque che la dote creativa si associ ad un’altra capacità quale quella di imparare a suonare uno strumento o a scrivere. In questi casi poi bisogna anche imparare il linguaggio proprio della musica e della scrittura. Con questo ovviamente non voglio dire che la pittura sia un’arte minore perché più facile rispetto a tutte le altre, ma sicuramente è più facile da scegliere in un momento di urgenza espressiva. E comunque certe sgorbi che vengono considerati impropriamente arte contemporanea (in modo anche offensivo per i veri artisti contemporanei), mi fanno pensare che con la pittura sia più semplice trovare qualcuno capace di vedere il geniale dove non c’è nemmeno un’idea creativa.
Un’altra affermazione di Fabbri riportata dalle agenzie di stampa secondo cui “la pittura attraverso le sue tecniche, dà ordine al discorso espressivo, come emerge anche dal caso di Van Gogh, i cui quadri a una prima occhiata sembrano folli e disordinati, ma invece sono ordinatissimi”, mi trova già più d’accordo, ma ritengo che la ricerca di senso nelle opere degli artisti sia sempre un po’ problematica. Tutti gli artisti (tranne gli imbrattatele di cui sopra) seguono un loro pensiero, il punto è quanto questo pensiero si discosta da quello di chi osserva, perché molto innovativo o perché frutto di un processo mentale patologico, rendendocelo assolutamente incomprensibile.
C’è poi un discorso etico da fare. Può succedere infatti che una malattia si caratterizzi per una particolare modalità di funzionamento mentale che nella vita normale conferisce uno svantaggio, ma nella vita artistica può risultare vantaggiosa. Prendiamo ad esempio l’attenzione patologica ai dettagli. Nella vita di tutti i giorni cogliere ossessivamente ogni minimo particolare della realtà diventa un inferno, ma a un’artista può consentire di realizzare opere più ricche di dettagli o di vedere elementi del reale che ad altri (non malati) sfuggono. In questo caso, curare significherebbe eliminare l’attenzione ossessiva al dettaglio e quindi anche il vantaggio artistico. Dovremmo forse rinunciare a curare per non perdere un genio?
Un’ultima considerazione. Come facciamo a sapere quanti sono i casi in cui la malattia mentale ci ha tolto per sempre la possibilità di godere della produzione di un genio. E se fossero più di quelli in cui sembra avvenire il contrario? Oppure, se la malattia mentale non avesse portato al suicidio Van Gogh, tanto per rimanere sui “soliti noti”, come possiamo dire che la vera opera straordinaria l’avesse già stata fatta? E tutti gli ignoti di cui non conosceremo mai la genialità proprio perché la malattia mentale di cui soffrono ce lo impedisce?
Fonte: Adnkronos Salute

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